C’è nell’uomo una spinta interiore alla realizzazione personale. Essa permea prepotentemente tutta la nostra vita e la nostra espressione. Tutti vogliamo diventare qualcosa o qualcuno, avere un senso, lasciare la nostra impronta sulla terra, avere una parte nella magnifica rappresentazione della vita e del mondo. E così impariamo, studiamo, lavoriamo, ci innamoriamo, progettiamo, creiamo, ecc. Siamo fortemente spinti all’azione. L’essere umano è decisamente operoso. Dalle piramidi d’Egitto alla conquista dello spazio, alle città, all’arte, alla scienza quante cose l’uomo ha fatto, quante ne ha scoperte, quante ne ha realizzate. L’essere umano è una creatura decisamente interessante e potente! Ma ha anche un difetto, forse di fabbricazione…, non saprei! Tutte queste conquiste e scoperte sono state da sempre accompagnate a violenze, devastazioni, inquinamenti, furti, guerre. Anche la scienza e la conoscenza hanno da sempre camminato a braccetto con l’ignoranza. Quello che vale per l’umanità vale anche per la singola persona. Così accade che taluni, nell’intento di essere felici e realizzarsi, procurano dolore a se stessi e agli altri. Com’è possibile che da una spinta verso il bene ne scaturisca un male? Quanto è subdola e sottile l’ignoranza? Vediamo in questo articolo di fare un po’ di chiarezza, per quanto possibile, sugli errori che producono conseguenze negative e boicottano dall’interno la spinta verso la felicità. Innanzi tutto partiamo dal concetto di realizzazione. C’è come un senso comune a cristallizzare in un aspetto in particolare ciò che definisce la realizzazione: sul lavoro o nella famiglia o attraverso percorsi spirituali o nell’arte, ecc. Questo mirare ad un aspetto è giustificato dal fatto che il tempo è poco e la vita è breve o dal fatto che quella specifica cosa mi riesce bene mentre le altre di meno. Chiaramente la realizzazione che porta alla felicità in una persona deve per forza contemplare la “totalità”. Pensiamo alla salute, al lavoro e all’amore. Se anche solo una delle tre dimensioni manca le altre due non reggono. Come posso essere felice se il lavoro va bene e la famiglia è unita ma sono malato? O se il lavoro va bene e sono sano ma sono solo? Come posso sentirmi realizzato? Il primo errore culturale, quindi, è puntare tutto su un aspetto! La felicità ha bisogno di totalità e di completezza. Si badi bene, totalità non vuol dire perfezione.

continua…

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