Assassini seriali. Jane Toppan – La serial killer di Boston (3^ parte)

26 Gennaio 2020
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(continua dall’edizione precedente)

Intanto si riporta del divertimento e del piacere di Jane, nell’osservare soffrire e morire i suoi pazienti, come pure, anche se non confermato, che fosse affetta da necrofilia, che la portavano a compiere atti sessuali sui cadaveri delle sue povere vittime.

Nonostante fosse stata appoggiata e favorita da due medici del Massachusetts General Hospital, che le consentirono di divenire capo degli infermieri, a causa di vari sospetti, fu espulsa poco dopo dalla stessa struttura ospedaliera, senza che avesse conseguito la licenza medica, ma solo il diploma, tornando a lavorare al Cambridge, dal quale, anche qui dopo non molto tempo, circa un anno, fu pure allontanata, a seguito della prescrizione impropria di oppiacei ed altri medicinali ai suoi pazienti ed a causa di quattro morti sospette durante il periodo del suo operato.

Era il 1891, quando iniziò ad esercitare la professione di infermiera privata. Ma, anche in questo caso, la donna, si trovò a mostrare una condotta non consona alla sua professione. Fuori del lavoro, uso smodato di alcol e tanti pettegolezzi, nonché, in particolare con inizio dal 1895, tra i suoi pazienti, sempre più, ulteriori ed inspiegabili casi di decessi, unitamente al contestuale aumento dei furti.

Uccise con del veleno un latifondista, tale  Israel Dunham e poi sua moglie, mentre ancora con del veleno, la stricnina, non risparmiò neanche  Elizabeth Brigham, ingannando il marito dopo la sua morte, dal quale ricevette un orologio e una catenina d’oro appartenute alla vittima, convincendolo che sarebbe stata la volontà di Elizabeth in punto di morte, utilizzandole poi, per essere vendute in pegno.

La stricnina era divenuta il veleno preferito da Jane, utilizzata anche per uccidere Myra Conners, la quale aveva un incarico di un certo livello in una scuola teologica e da essa ambito, ma poi allontanata anche in questo caso, a causa del verificarsi di brogli finanziari.

Seguirono altri avvelenamenti. Quello di Melvin ed Eliza Beedle e della loro governante,  Mary Sullivan, senza che però ne seguisse la loro morte, facendo passare l’avvelenamento dei ragazzi per una malattia intestinale provocata dalla bambinaia per causa del suo vizio di bere, riuscendo a carpire in questo modo il suo posto.

Poi, ancora un’uccisione, Mary Alden, una donna che doveva percepire del denaro da Jane, per l’affittato della casa.

Jane Toppan, ancora una volta, decise di spostarsi e di andare a vivere nel Cataumet, sito a poco più di un’ora di distanza a sud di Boston, al fine di attendere alla famiglia di Alden Davis.

Nel giro di pochissimi giorni, non più di tre settimane in tutto, Jane, appiccò per ben tre volte il fuoco alla casa dei Davis, fortunatamente tutti domati e comunque spenti per tempo.

La stessa fortuna, non ebbe però, la figlia più giovane di Davis, Genevieve Gorden, la quale, nel 1901, avvelenata da Jane, cadde prima in coma profondo, per poi morire subito dopo. Jane, provò a far passare il suo gesto criminale per suicidio, tuttavia, per essere seguito dopo solo un paio di settimane, esattamente l’8 agosto, dall’uccisione di Alden Davis.

Passarono ancora solo pochi giorni, quando toccò a di Minnie Gibbs, la figlia maggiore di Davis, al cui corpo, fu adagiato vicino, anche quello di suo figlio, che aveva solo dieci anni.

In una veloce e folle continua corsa verso la morte, il 26 agosto del 1991, si sposta nuovamente a Lowell, questa volta a nord di Boston, nel tentativo di sposare Oramel Briham, che intanto era divenuto il marito della sorella che aveva assassinato e per far questo, uccise anche la sorella di Oramel, considerata un impedimento.

Non mancò di avvelenare Oramel Briham, ma senza ucciderlo, come pure di avvelenare sè stessa, cercando di dimostrare, nel suo delirio psicopatico di onnipotenza, una sorta di potere nella gestione della sua vita e di quella degli altri. Ma anche di giustificare a Oramel, che però la allontanò, le sue precedenti uccisioni, dichiarando: “Guardami, sono stata avvelenata e sono guarita, come possono pensare che io abbia avvelenato tutte quelle persone? Anzi, io le avrei guarite!”

E’ nel settembre del 1901, che, oramai preda dell’alcol, decide di allontanarsi da quei luoghi di morte per recarsi a fare visita ad una sua vecchia amica, Sarha Nichols nel New Hampshire, sito nel del nord Massachusetts.

(continua nella prossiamo edizione)


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