Assassini seriali. Gianfranco Stevanin (7^ parte)

20 Dicembre 2020

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Ecco alcune delle sue dichiarazioni agli inquirenti: “Mi piaceva quella ragazza. Una straniera, credo fosse una prostituta. L’avevo conosciuta a Verona. Una sera le proposi di venire da me, lei disse di sì, la portai al casolare. Era il 1993, non ricordo il mese. Ricordo che durante il rapporto le tenevo un braccio stretto al collo. Ogni tanto la stringevo. E’ stato solo quando abbiamo finito che mi sono accorto che lei non si muoveva più. Era morta”. E nei confronti di un’altra donna: “Non so neppure dire chi fosse e che nome avesse. Ricordo solo che non la portai al casolare, ma nella casa nuova. Mi pare fosse autunno. Facemmo l’amore piegati su un fianco, io le misi le mani intorno al collo e lei morì. La portai al casolare, lasciai lì il corpo un paio di giorni, poi presi un taglierino da balsa, tagliai prima una gamba in due pezzi, poi l’altra, quindi le braccia. Le ho tagliato anche la testa, l’ho rasata e non ricordo se ho fatto dei pezzi anche del tronco. Ho lavorato diverse notti…”.
Ed ancora una sconcertante dichiarazione, nei confronti di un’altra donna: “Già altre volte avevamo fatto insieme “bondage”, sesso estremo. E quella sera al casolare, decidemmo di provare qualcosa di diverso. La feci spogliare, le legai le mani dietro la schiena, la feci sdraiare a faccia in giù e tirai la corda dalle mani fino intorno al collo. Quindi le infilai un sacchetto di nylon sulla testa, per provare un piacere più intenso. Ma una volta finito di fare l’amore, mi accorsi che era morta. Presi il cadavere, lo piegai in due, lo avvolsi in un telo cerato color azzurro, lo portai nell’orto e lo lasciai poco lontano, dentro un avvallamento. Poi lo ricoprii di terra con il badile, bruciai gli abiti e la borsetta”.
A questo punto, credo ce ne sia abbastanza, per inquadrare di che pasta era fatto, almeno nel periodo del compimento dei suoi crimini, il nostro serial killer.
Il suo Q.I., analogamente ad molti altri uccisori seriali, è alto, 114 ed il processo si aprì con un ampio dibattito, tra la difesa e l’accusa, sul possesso o meno, della capacità di intendere e di volere dell’imputato.
Alle udienze si presentava accuratamente rasato, mettendo in mostra la vecchia e lunga cicatrice sulla testa, che si era procurato con quel brutto incidente in moto del 1976, che gli era quasi costato la vita. L’intento della difesa, era naturalmente quello di sensibilizzare in questo modo la corte, sulla conseguente incapacità di intendere e per malattia per il danneggiamento della parte destra del cervello di Stevanin.
Proprio per questo, la vicenda si protrae nel tempo, in un’alternanza di contrapposte sentenze a colpi di perizie psichiatriche.
Nel processo di primo grado, conclusosi il 28 gennaio del 1998, Stevanin viene riconosciuto capace di intendere e di volere al momento del compimento dei suoi crimini e per questo, ritenuto colpevole e condannato all’ergastolo, di cui tre anni da scontare in totale isolamento diurno. Al pronunciamento della sentenza, ebbe solamente a dichiarare: “Non mi hanno capito”.

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