il mio nome era dora suarez

Il Racconto. “Il mio nome era Dora Suarez” (Rubrica a cura di Paolo Tagliaferri, avvocato e scrittore)

5 Novembre 2016
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Derek Raymond, I was Dora Suarez. Il mio nome era Dora Suarez, Meridiano zero, euro 13,50.
Some writers love to put their hands in the “gut” of human being, whilst their country, apparently, not ( only apparently, of course). Hands covered with Metaphysical blood, that like in Macbeth, you can not wash away.
Ma torniamo alla lingua di Dante che di temperamento appare, però, forse più inglese che italiano.
Il mio nome era Dora Suarez. Raramente titolo è mai stato più evocativo. Il mio nome era Dora Suarez, già da solo un piccolo romanzo. Inizio aperto a tutte le strade. Ognuno ci vede ciò che vuole.
Il mio nome era Dora Suarez. Da recitare come un mantra. Col tempo ho capito che la grandezza di molti autori è quella di essere spezie, non piatti; elementi primari, non ricette.
Derek Raymond è spezia oscura, concentrato di rimpianti, riduzione di sofferenza. Sapore metafisico ma intenso, da dosare con parsimonia, da maneggiare con cura. “Mettete a nudo l’orrore; affrontatelo senza difese. Non nascondetevi, non fuggite, e troverete la pietà, anche se ha dovuto attraversare l’inferno”.

Raymond è appassionato e profondo. Grande compassione per le vittime. Sincero dispiacere per chi soffre. In gioventù
indagò il male, ne visitò i luoghi, ne ascoltò l e storie. In gioventù studiò l’uomo, lordandosi, in un certo senso, le mani. (Dora aveva scritto: “Sono sicura, in questo mondo più sei bella e meno sono quelli che ti possono proteggere” ).
Difficile rimanere freddi di fronte alle parole che pronuncia la prostituta malata.
Difficile non rimanere toccati dalla tenerezza di Betty Carstairs che l’accoglie in casa senza domandare nulla: “Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno non si guardò neppure intorno ma verso il vino, spezzò il pane per chi diceva ho sete, ho fame”.
Faber poeta. Faber cantante. Faber scrittore.
“Era testarda, libera e umana, ed è per questo che le ho sempre voluto così bene”. Testarda, libera e umana: un bel suono. Rimanere così, però, non è semplice.
Stilisticamente a pag. 61 una soluzione linguistica che forse non ho compreso. Emotivamente un libro prezioso, come lo era
“E morì a occhi aperti”. Solo condividendo i fallimenti e i dolori delle vittime, il Sergente della Factory, addetto alla A14, Sezione Delitti Irrisolti scopre. Solo conoscendo il male dei carnefici, il Sergente, svela. Nel farlo perde, soffre, impara, si rialza, vince o forse, più semplicemente, sopravvive.
“Se vuoi avere a che fare con il male, ci devi vivere assieme e conoscerlo. Nel mio lavoro te lo scordi di sconfiggere quello che non
conosci e di cui non sai parlare la lingua; il margine è molto stretto, e il rischio di essere contaminati molto elevato”. “Discorso sul
metodo” del Sergente inglese che di Cartesiano ha poco, ma come non amarlo?


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