Ti ricordi syd? Pink Floyd

15 Aprile 2015

The Final Cut è il dodicesimo album dei Pink Floyd, pubblicato nel 1983, è l’ultimo album dei Pink Floyd con Roger Waters autore e voce solista di tutti i dodici pezzi che compongono il lavoro.
In questa rubrica recensiamo gli album più belli della storia del rock ma questa settimana la dedichiamo ad uno degli album più discussi, deludenti e – diciamolo pure – più brutti, involuti e noiosi di sempre. Ne abbiamo fatto anche una puntata radiofonica speciale di Ti Ricordi Syd su RadioBluePoint. Causa la megalomania e i comportamenti sempre più dittatoriali del bassista confuso nelle sue angosce giovanili e paranoico nella ricerca di paternità perdute, l’aria all’interno del gruppo era divenuta irrespirabile. Waters non lascia alcun spazio ai colleghi. Vuole tutto sotto il suo controllo, prendere ogni singola decisione, una tirannia inaccettabile per chi con lui aveva scritto la storia della musica. La prima vittima fu il tastierista Richard Wright (in realtà anche a causa di problemi personali). Questa perdita da sola già non lasciava spazio a molte speranze circa la riuscita del nuovo lavoro. La musica dei Pink Floyd sarebbe stata povera senza le magiche tastiere di Wright a creare l’avvolgente l’humus musicale che ha sempre contraddistinto i capolavori pinkfloydiani. Ma anche la voce storica David Gilmour appare solo in una strofa di Not Now John e persino la sua chitarra ha un ruolo del tutto marginale. Sulla copertina di Final Cut c’è scritto Pink Floyd ma in realtà è un solo un disco Waters, ne è la prova la frase scritta sul retro dell’album: “by Roger Waters, performed by Pink Floyd” (“di Roger Waters, eseguito dai Pink Floyd”). Titolo profetico, il taglio finale, eventualità che Waters aveva già deciso da prima di iniziare le registrazioni. Il suo straripante ego non consentiva più di dividere e condividere le cose da fare. Voleva tutto per lui. Lo fece ma sbagliò. Era convinto che senza di lui gli altri non avrebbero mai potuto farcela. Invece i Pink Floyd tornarono senza di lui nel 1987 alla guida di Gilmour insieme a Nick Mason e al ritrovato Wright con l’onesto Momentary Laps of Reason e dopo con il riuscitissimo Division Bell del 1994. Proprio in quegli anni, per ironia della sorte senza Waters, i Pink Floyd divennero miti incrollabili, padroni incontrastati del rock grazie a fantastiche turnee in giro per il mondo. Indimenticabili concerti live, veri e propri capolavori di musica, suoni, colori ed effetti speciali e tutti con una partecipazione di pubblico straordinaria, eventi indimenticabili per i milioni di spettatori che ebbero la fortuna di viverle tra cui anche chi scrive nel 1988 allo stadio Flaminio di Roma. The Final Cut è chiaramente ispirato al rifiuto della guerra dopo quella delle Falkland, e dichiaratamente dedicato alla figura di Eric Fletcher Waters, padre di Roger, morto in Italia durante la seconda guerra mondiale. Sbarcato ad Anzio insieme alle truppe alleate il 23 gennaio del 1944, ha perso la vita ad Aprilia (teatro dello scontro più feroce con le truppe naziste) il 18 febbraio dello stesso anno. Il suo corpo non fu mai ritrovato. Nelle intenzioni dell’autore, il disco vuole essere un “requiem per il sogno del dopoguerra”, per tale motivo l’atmosfera è costantemente in bilico fra intimità e depressione, con prevalenza di ballate e momenti sinfonici. Alcuni brani del disco sono derivati dalle session di The Wall (il titolo originale del disco era infatti Spare Bricks, ovvero Mattoni Avanzati).  The Final Cut pezzo per pezzo: 1 The Post War Dream – L’inizio è affascinante sebbene somigli molto all’intro di The wall e di Animals; 2 Your Possible Pasts – canzone insipida che nemmeno l’assolo di Gilmour riesce a sollevare 3 One of the Few – se avete 1,26 minuti della vostra vita da buttare ecco il modo, ascoltando questo pezzo; 4 The Hero’s Return – L’inizio sembra promettere una svolta ma dopo poco ritorna l’angoscia. Water canta dei versi che tutto sono meno che poetici come magari la sua sfrenata ambizione avrebbe voluto che fossero;
5 The Gunner’s Dream – alcuni lo definiscono come uno dei pochi pezzi salvabili soprattutto per il sax finale. Perdonatelo, Evidentemente quel qualcuno non ha mai ascoltato Us and Them o Shine on the Crazy Diamonds; 6 Paranoid Eyes – Pezzo finalmente azzeccato. Ma solo per il titolo. Paranoia. Fosse stato intitolato anche noia sarebbe stato un titolo perfetto 7 Get Your Filthy Hands Off My Desert – Sembra incredibile ma c’è un sussulto iniziale. Ma è il rumore di un aereo che si schianta al suolo. Però è un pezzo utile perchè fa capire quanto sia importante la brevità di alcune canzoni. Prima finiscono e meglio è; 8 The Fletcher Memorial Home – Quei pochi temerari che sono arrivati con l’ascolto fino al minuto 2,14 avranno scoperto un assolo svogliato di Gilmour che la dice lunga sull’atmosfera che c’era in studio durante la registrazione dell’album; 9 Southampton Dock – Altro buon pezzo…per la durata, appena 2 minuti; 10 The Final Cut – Qui Water diventa addirittura irriverente e irritante Il pezzo è una brutta copia di una brutta copia di una cover di una brutta cover di una versione scolastica di Confortably Numb. Successivamente anche i Pink Floyd senza Water fecero pezzi sulla falsariga di quell’inarrivabile capolavoro ma con bel altro rispetto e ben altra classe. Come per esempio On the Tunirng away nell’album Momentary laps of reason; 11 Not Now John – Un lampo nel buio più assoluto dell’inutilità e guarda caso nell’unico pezzo dove Gilmour compare come coautore e riesce a cantare mezza strofa. Sia chiaro, comunque un pezzo che avrebbe fatto fatica ad essere inserito persino dentro a Obscured by Clouds; 12 Two Suns in the Sunset – L’ultimo pezzo dell’album. Finalmente!
In realtà, nelle successive versioni è stato inserito un avanzo di The wall – When The Tigers Broke Free – apparso nel 1982 come singolo e forse Tigers è l’unico pezzo degno della leggenda Pink Floyd. Ebbene si. Abbiamo parlato male dei Pink Floyd ! Incredibile no? Alla prossima puntata.

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