Silenzio – di Kempes Astolfi

27 Settembre 2018
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Ambientazione Moderna

Genere Introspettivo

Forse ora capisco meglio quegli avventurieri. Coloro che galleggiano mesi in mare, o scalano una montagna o danzano nel deserto, districandosi tra sabbia e siccità. Hanno bisogno di Silenzio. Ci sono giorni. Punto. Non mi capitano quasi mai, ma ci sono. E lì, va messo un punto. Punto.

Sono sempre solare, scherzoso, colloquiale, cordiale, ben disposto, energico. D’improvviso, senza apparente motivo, ho bisogno di silenzio. Storicamente, ogni essere umano ha bisogno di riflettere, di cercare di ascoltare le emozioni dentro sé, capire cos’è, dominarlo e… tornare a vivere più forte di prima.

Io ascolto spesso il silenzio, che mi ricorda quanto possiamo essere forti, dentro.
E ascolto quel frastuono che ti esplode in testa quando tutto intorno sembra andare per conto suo. Ed è proprio in quei momenti che non c’è voglia di vedere, anzi di sentire nessuno. Non voglio fare entrare niente dentro me, che già c’è un caos nei miei pensieri. Mi fischiano le orecchie. Suoni, rimbombi, tutto nella testa. Mi sta per scoppiare. È allora che metto il punto.

Non serve parlare, non serve condividere. Serve riflettere. Cosa mi fa provare sensazioni così forti che la testa mi scoppia? Non ho un obiettivo ben preciso, nella vita. E neanche ora, no. Finisco di lavorare, corro a casa in auto. Parcheggio velocemente, per poco non prendo sotto una signora. Entro a casa, non saluto, non parlo. Mia madre mi aspetta, paziente, e mi sta per chiedere cosa mangerò per cena.

Non voglio fare altro che infilare la testa sotto il cuscino e uscire dal frastuono che mi assorda il cervello. Voglio fare entrare Silenzio, ma non ci riesco. E mi volto e rivolto nel letto. E mi scoppia la testa. Digrigno i denti, stropiccio gli occhi. Medicine? No, grazie.

Sono quelle che hanno distrutto mio padre. Non voglio fare la stessa fine. Da piccolo mi raccontava sempre che lui ci camminava in quel caos. C’erano certi giorni che il sonoro prorompente viveva con lui. Sentiva rumori cittadini, più che altro: clacson, auto, moto, cantieri all’opera, fischi, sirene… Lui che aveva lavorato a Karachi, Città del Messico, e Dubai con la compagnia che lo sballottava nei posti più fragorosi del mondo. A volte non lo sentiva, diceva. A volte gli scoppiava la testa.

E quel disturbo un giorno lo ha costretto a riempirsi di medicine. E poi quel weekend, quell’incredibile serie di eventi che sembravano segnati dal destino. Dottore in ferie, ricetta persa, farmacie che hanno esaurito i medicinali, scorte finite nell’unica che avrebbe fornito la mia famiglia sulla fiducia. E così uno, due, tre giorni. E fin quando prendeva quelle medicine tutto era tranquillo, ma quando i rumori tornavano erano dieci volte più potenti.

E mio padre aveva sempre più bisogno di medicine. E non c’erano, quel weekend. Fu così che lo trovammo con la testa fracassata addosso al muro. Era tanto il caos dentro lui che non resistette più e iniziò a colpire violentemente il muro fino a perdere i sensi.


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