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Maysaa Alamoudi incontra i ragazzi del Liceo Pertini di Ladispoli

20 Gennaio 2016
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Battutasi per la difesa dei diritti della donna, Maysaa racconta la sua esperienza: <<Ottenere la libertà ha un grande costo, ma se saremo forti non ce ne pentiremo.>>

Ha solo 34 anni, crudi eventi hanno segnato molti aspetti della sua vita, ma ella non ha intenzione di perdere la sua determinazione, la speranza, la forza di andare avanti, il sorriso. La giovane Maysaa Alamoudi, giornalista/conduttrice saudita, nonché fervente attivista, iniziò a lavorare nel 2006 nel mondo dei media. Fino ad allora, in Arabia Saudita, alle donne non era concesso studiare giornalismo all’Università, bensì ” le donne presentavano programmi solo per le donne e la famiglia, escludendo programmi di argomento politico e\o economico”. Non è tutto, alle donne saudite viene ancora oggi preclusa la possibilità di viaggiare, spiega Maysaa. ” Un progresso a tal riguardo risale solo ad un paio di anni fa, con la creazione di un documento online valido fino alla scadenza del passaporto, che viene firmato dal tutore, dando il permesso di viaggiare alle donne, fuori dal Paese”.
Mai piegatasi alle oppressive circostanze, la giovane riuscì a convincere la sua famiglia a trasferirsi a Dubai, dove finalmente non avrebbe subito restrizioni giornalistiche. Vi rimase per ben nove anni, fino al dicembre del 2014 ma non fu un periodo semplice, soprattutto in principio: ” La mia vita a Dubai era molto dura, il costo della vita molto elevato, le persone sempre troppo occupate nel lavoro, al punto da dimenticare il senso della cordialità. Tuttavia era una sfida personale che volevo superare a tutti i costi”.
A Dubai si impegnò in particolare su argomenti che riguardavano il mondo femminile. ” Ho condotto tanti programmi per le donne, ma non tutti coinvolgevano i diritti delle donne, perché purtroppo i media, nel mondo arabo, sono esclusivamente sotto il controllo degli uomini. Uno dei programmi più importanti che ho condotto s’intitolava “Musawa”, che tradotto vuol dire “uguaglianza”, sul canale “Alhurra”. Con lungimiranza e, allo stesso tempo, cautela , con una gradualità tale da evitare scalpore, Maysaa  si tolse il velo, non sfuggendo tuttavia a critiche nei suoi confronti e verso la sua famiglia.
La giovane giornalista chiarisce che, se alle presentatrici televisive dei canali locali governativi dell’Arabia Saudita, viene imposto il velo, l’opposto accade per i canali sauditi privati, trasmessi da Dubai ( come “MBC”, o “Rotana”). “Il velo – continua Maysaa – o, come viene chiamato, hijab è una scelta personale, secondo la mia opinione. Dovrebbe spettare solo alla conduttrice decidere o meno se indossarlo e non agli uomini che vogliono controllare la nostra vita e carriera”.
Si tratta di una dura e continua lotta, che riguarda maggiormente le donne, ma che tange anche molti uomini, spiega Maysaa. Infatti alcuni di essi soffrono il peso delle strette e, spesso, ingiuste procedure imposte dalla legge, come ad esempio gli ostacoli che si incontrano ogni qualvolta si chieda il permesso di sposare una persona di nazionalità diversa da quella saudita. Ma ciò che ha toccato in prima persona Maysaa, l’esperienza più dura che rimarrà indelebile nei suoi ricordi, risale al Dicembre del 2014. Ella corse in ausilio di una signora, la quale era stata bloccata e detenuta al confine tra l’ Arabia e gli Emirati Arabi Uniti per diciotto ore.
Maysaa fu colta alla guida di un’auto, il governo, dunque, condusse le due donne in prigione, dove rimasero per settantatre giorni. ” Mentre ero in prigione ho riflettuto molto su me stessa. Un giorno una guardia mi ha permesso di vedere il cielo, era meraviglioso”. A ciò seguirono nove mesi di reclusione nel proprio Paese, eppure, osserva la giornalista, “Nessuno si è più interessato della nostra situazione, dopo la prigionia”. Maysaa afferma ” La scelta di guidare un’automobile è solo un atto simbolico per la difesa dei diritti delle donne; è importante esprimere questo desiderio con azioni e non solo con le parole”.
Da molto tempo ella combatte il divieto, imposto alle donne, di guidare ed ha sempre sostenuto le voci di donne saudite in capitolo, anche talvolta all’interno di programmi televisivi. “Ho guidato un’automobile nel 2011, a Gedda, durante una breve vacanza, quindi ho presentato un programma speciale nell’ applicazione  Google Hangout, che trattava proprio di questi diritti”.
L’ unica cosa che sfugge al controllo del governo sono i social, afferma Maysaa, in particolare Twitter, una voce collettiva sempre alimentata, che non ha paura di esprimersi, affinché il mondo acquisisca consapevolezza e coraggio di agire.

(Fonte: Redazione Res Novae)

 


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