L’omicidio del musicista

10 Luglio 2015

21 ottobre 1945. È appena finita la guerra. Il musicista Arnaldo Graziosi, la moglie Maria Cappa e la loro figlia Andreina, di tre anni d’età, si trovano a Fiuggi, per una breve vacanza. Lui ha 32 anni, la donna 24. La famiglia pernotta in una camera dell’albergo Igea, dove i tre dividono un unico letto matrimoniale. Il mattino seguente, Arnaldo Graziosi, vestito in maniera elegante, scende nella hall dell’albergo e comunica al portiere di aver trovato la moglie morta nel letto, con un colpo di pistola alla tempia. L’uomo precisa che si tratterebbe di un suicidio. I carabinieri accorrono nell’albergo, mettono in essere il primo sopralluogo e raccolgono la testimonianza di Arnaldo Graziosi. L’uomo, apparentemente freddo, controllato, spiega ai militari che la moglie si è suicidata perché si vergognava di essere affetta dalla sifilide, malattia venerea che aveva contratto prima del matrimonio nel corso di un rapporto con un altro uomo, ma soprattutto per aver trasmesso la malattia a lui e alla figlia. A conferma delle sue parole, Graziosi consegna ai carabinieri un biglietto, a suo dire autografo della moglie, in cui si legge : “Quando leggerete queste righe il mio martirio sarà finito. Troppo a caro prezzo sto pagando la sola leggerezza della mia vita. Per mia figlia e per quelli che mi amano io debbo andarmene. Ora sono stanca mortalmente: basta con tutto. Desidero che tutti quelli che mi conoscono non sappiano di questo e abbiano sempre un buon ricordo di Maria”. Il biglietto non reca firma in calce. Per i carabinieri, però, troppe cose non quadrano nella ricostruzione fatta da Graziosi. Innanzitutto, c’è il fatto davvero insolito che Maria Cappa abbia deciso di suicidarsi nel letto matrimoniale, avendo accanto la figlia Andreina. Poi, c’è da rilevare che, una volta accortosi del tragico evento (perché è impossibile che l’uomo abbia sentito lo sparo), non solo Arnaldo Graziosi non ha urlato e chiamato aiuto nell’immediatezza, ma si è lavato e vestito, per poi scendere nella hall, mostrandosi sempre calmo e controllato. E poi, quali sono i rapporti tra il musicista e una sua studentessa del conservatorio, di appena diciotto anni d’età? Perché Graziosi ha telefonato alla giovane donna, subito dopo aver parlato con il portiere dell’albergo? Le indagini successive non appurano la reale natura del rapporto tra l’insegnante e l’allieva. La giovane nega qualsiasi rapporto sentimentale con Graziosi, anche se sul suo diario vengono trovate dagli inquirenti frasi che lasciano supporre un suo innamoramento nei confronti dell’uomo. Un altro aspetto che non convince gli inquirenti è la posizione della pistola, ritenuta troppo lontana a e mal posizionata rispetto alla mano di Maria Cappa per poter giustificare l’ipotesi di un suicidio. Inoltre, la ferita d’entrata sulla tempia non è caratterizzata dai classici segni del colpo esploso a bruciapelo ( alone di ustione, alone di affumicatura, alone di tatuaggio, talora impronta a stampo). La pistola da cui è partito il colpo mortale, un’automatica Beretta, mod. 1934, cal. 9 mm., corto, inoltre, appartiene ad Arnaldo Graziosi, che afferma di averla avuta da un amico. In base a questi elementi, per gli inquirenti della Procura della Repubblica di Frosinone, Maria Cappa è stata uccisa e l’assassino non può che essere Arnaldo Graziosi. Un’altra importante tessera nella ricostruzione del mosaico di prove utilizzato dagli inquirenti per incriminare Graziosi è il risultato della consulenza fatta effettuare sul biglietto d’addio ipoteticamente lasciato da Maria Cappa, che accerta, con i benefici del dubbio legati all’epoca a un tale tipo d’accertamento, che la grafia non corrisponde a quella della donna. Arnaldo Graziosi viene arrestato e rinviato a giudizio. Il processo inizia il 2 giugno 1947, presso la Corte d’Assise di Frosinone. Il caso diventa di rilevanza nazionale. I giornali riportano dettagliatamente tutte le fasi delle udienze processuali. Si formano fazioni d’innocentisti e di colpevolisti. Si tratta, chiaramente, di un processo squisitamente indiziario, che alimenta discussioni infinite. L’avvocato difensore di Graziosi cerca di spostare l’attenzione sul fatto che la sifilide, patologia da cui Maria Cappa era affetta, è una malattia cronica, che va ad interessare anche la sfera neuropsichica e che, quindi, il suicidio trova una sua ben precisa collocazione nell’iter clinico della patologia. Il Pubblico Ministero, invece, sostiene con forza l’ipotesi che l’uomo abbia volontariamente ucciso per poter avere liberamente una relazione sentimentale con la giovane studentessa cui aveva telefonato il giorno stesso della morte della moglie. La Corte d’Assise di Frosinone, in base a quanto ascoltato e verificato, condanna Graziosi a 24 anni, 9 mesi, 20 giorni di reclusione. La condanna è confermata in tutti i gradi di giudizio. Una volta condannato, Arnaldo Graziosi riesce a evadere dal carcere di Frosinone, dove era recluso, ma viene nuovamente catturato dopo pochi giorni. L’uomo rimane in stato di restrizione della libertà fino al 6 agosto 1959, giorno in cui ottenne la grazia dall’allora Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Una volta uscito dal carcere, Arnaldo Graziosi riprende a lavorare come musicista e compositore. Alle 6,30 circa del 6 marzo 1997, Arnaldo Graziosi si alza, si veste elegantemente, lascia un biglietto d’addio e pone fine ai suoi giorni gettandosi dal balcone della propria casa a Grottaferrata.

image_pdfScarica articolo (pdf)image_printStampa articolo


DIBIAGIO


WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com