LA SCOPERTA DELLA DIMENSIONE SPIRITUALE di Alessandro Spampinato (2^ parte)

23 Maggio 2021
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Dopodiché ricompare con Gesù nell’ultima Cena (Mc.I4,22), dove spezza il pane e mesce il vino alla maniera di Melchisedec, seguendo il Salmo 110,4: Il Signore ha giurato e non si pente: “Tu sei Sacerdote in eterno al modo di Melchìsedek“. Manifestando così interiormente, con l’Eucaristia, il sacrificio del sacerdote levitico. È dunque evidente una correlazione tra il pane e il vino di Melchisedec e l’ultima Cena di Gesù che, aderente alle “Scritture”, apre all’Eucaristia. Non specifico qui il carattere non comune ma soprannaturale sia della figura di Gesù che dell’Eucarestia. Esperienza analoga la troviamo in Paolo di Tarso l’«apostolo dei Gentili» ovvero il missionario del Vangelo di Gesù tra i pagani greci e romani. Paolo era un ebreo ellenizzato, che godeva della cittadinanza romana. Non conobbe direttamente Gesù, sebbene a lui coevo e, come tanti connazionali, avversava la neo-istituita Chiesa cristiana, arrivando a perseguitarla direttamente. Paolo si convertì al cristianesimo mentre, recandosi da Gerusalemme a Damasco per organizzare la repressione dei cristiani della città, fu improvvisamente avvolto da una luce fortissima e udì la voce di Dio che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?“. Reso cieco da quella luce divina, vagò per tre giorni a Damasco, dove fu poi guarito dal capo della piccola comunità cristiana di quella città, Anania. L’episodio stra-ordinario, noto come “conversione di Paolo“, diede l’inizio all’opera di evangelizzazione di Paolo. Questo cambiamento interiore richiama il “cambiamento del cuore” di cui stiamo parlando, una esperienza trasformatrice che porta Paolo a dire nella Lettera ai Galati 2,19: “Sono stato crocifisso con Cristo. Non son più io che vivo: è Cristo che vive in me”. Infine ricompare in letteratura con Dante Alighieri e precisamente nel primo Canto del Paradiso. Il proemio al Paradiso è assai più lungo di quello che apre le altre cantiche, e contiene la lunga invocazione ad Apollo (vv. 13-36) che si caratterizza per i suoi molteplici riferimenti: anzitutto quello simbolico che richiama l’arcaica sovrapposizione della figura del dio greco al Cristo. Apollo nella mitologia greca è il dio delle arti e della poesia, motivo per cui viene spesso raffigurato mentre suona una cetra. Secondo la tradizione abita sul monte Parnaso, un monte della Grecia che ha due picchi: l’Elicona e la Cirra, sulla prima risiedono le muse delle arti, mentre la seconda ospita proprio il dio Apollo. “O buono Appollo, a l’ultimo lavoro fammi del tuo valor sì fatto vaso, come dimandi a dar l’amato alloro…”. O buon apollo in questo ultimo lavoro fammi del tuo valore si fatto vaso… cioè fai di me un vaso così pieno di valore da ricevere l’alloro di poeta… Cioè Apollo (dio del sole) ispirami a scrivere il paradiso perché sia sublime. Questa splendida immagine: “Fammi vaso del tuo valore”, rappresenta la discesa del piano Divino e Celeste al vaso che la contiene, ovvero Dante stesso. È questo che chiede ad Apollo, di contenere lui la parola divina perché possa così parlare del Paradiso. Dante non chiede come scrivere, perché questo lo sceglie lui ed è maestro di penna (poesia, endecasillabo e terzine in rima), ma “cosa” scrivere. Lui si fa penna di una mano invisibile che scrive attraverso di lui. Dante è consapevole di essere un grande scrittore e di sapere usare la parola addirittura come una spada. Lui domina la parola. Ma a questo punto del suo Viaggio dentro se stesso non basta più la sua abilità, lui invoca la discesa della Sapienza Divina e si fa “Vaso”. Da attivo (scrittore e poeta) si fa strumento passivo-ricettivo. Questa esperienza interiore di ricezione avviene nel suo Vaso, in se stesso, nel suo Cuore. Dante sembra essere veramente esplicito nel descrivere questa discesa dall’alto, questo incontro sublime nel suo Cuore che lo trasforma fino a trasfigurarlo. È quella che viene definita dagli studiosi del Poeta la Trasumanazione di Dante (64-81). Dante distoglie lo sguardo dal sole e osserva Beatrice, che a sua volta fissa il Cielo. Il poeta si perde a tal punto nel suo aspetto che subisce una trasformazione simile a quella di Glauco quando divenne una creatura marina: è impossibile descrivere a parole l’andare oltre la natura umana, perciò il lettore dovrà accontentarsi dell’esempio mitologico e sperare di averne esperienza diretta in Paradiso. Dante non sa dire se, in questo momento, sia ancora in possesso del suo corpo mortale o sia soltanto anima anche a causa dell’accresciuto acume dei suoi sensi nell’Eden, ma di certo fissa il suo sguardo nei Cieli che ruotano con una melodia armoniosa e gli sembra che la luce del sole abbia acceso in modo straordinario tutto lo spazio circostante. Con il Paradiso assistiamo al passaggio dalla tecnica magistrale del Poeta alla ispirazione Divina che fa sì che la parola di Dante venga letta come si leggono i Vangeli. Dante invoca Apollo, Dio del sole, perché questo cambiamento interiore possa accadere e portare in questo mondo e a chi lo desidera, una parola di Sapienza Eterna.

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