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L’INCHIESTA – Il business degli amatori

3 Aprile 2013

“Quando non c’è guadagno la rimissione è certa…”. Lo ripetevano sbuffando, ma poi sorridendo, i presidenti di una volta. Quelli che aprendo il portafoglio tenevano in piedi le società sportive e toglievano i ragazzi dalla strada. All’epoca non c’era l’abitudine a classificare i loro sforzi come “operazione sociale”. Termine, quest’ultimo, ormai inflazionatissimo ed usato – sempre più a sproposito – collegato a qualsiasi azione destinata ad altri. Basta insomma poco per redimersi, pulirsi l’anima e la coscienza, magari facendo anche in modo che i media se ne accorgano. Ormai insomma tutto (o quasi…) è sociale. Basta andarsi a spulciare i bandi per i progetti che finanzia la Fondazione Cariciv per farsi una prima sommaria idea di cosa si intenda per “operazioni sociali”a Civitavecchia, ma di questo ce ne occuperemo più in avanti. Adesso ci interessa porre l’attenzione su un altro aspetto, all’apparenza più sportivo. Dicevamo che quando non c’è guadagno ci si rimette sempre, ma quando invece c’è si può arrivare a parlare di business? Sui sempre più numerosi ed affollati tornei amatoriale di calcetto, calciotto e calcio pare proprio di sì. I numeri, di cui spesso si vantano i maggiori organizzatori delle rassegne, spingono a pensare che dietro il divertimento “dopo-lavoristico” di diversi ragazzi ci sia ben altro. Anzi, molto altro. Stando alle cronache spesso riportate da alcune testate locali, il giro di tornei comprende centinaia di amatori a Civitavecchia ed altrettanti nel comprensorio. Per partecipare alla manifestazione si paga un’iscrizione, un’assicurazione e poi ogni volta che si gioca bisogna versare una quota per il campo (tra i 50 egli 80 euro a squadra in base alle situazioni e all’impianto). In più bisogna dotarsi anche di una muta da gioco che può essere acquistata – guarda caso – nei negozi di abbigliamento sportivo di due dei maggiori organizzatori di tornei. Organizzatori che stipulano convenzioni con i proprietari degli impianti (ma ci risulta che su quelli comunali ci siano ancora delle pendenze…) e pagano gli arbitri. Il tutto, ci si augura, rispettando le leggi anche se il compito di verificare che questo accade non è certo dei giornali, ma delle forze di polizia competenti in maniera che siamo certi vigiliano con attenzione affinché tutto avvenga nel massimo rispetto delle norme vigenti in materia. Il numero di tornei sempre maggiori – sia in estate che in inverno – e la mole di squadre e giocatori impegnati, inducono ad ipotizzare che il volume d’affari sia cospicuo. Un business? Forse sì, anche se difficilmente chi organizza questo tipo di tornei è disposto ad ammetterlo soprattutto se si tratta di soggetti privati. Diverso il caso degli Enti di propaganda sportiva (il Csi e la Uisp sono quelli più radicati a Civitavecchia) che per statuto e finalità non possono avere guadagni e comunque devono dar conto della loro attivit agli enti regionali e nazionali da cui dipendono. Csi e Uisp che prima detenevano il monopolio dei tornei negli ultimi anni hanno subito il sorpasso di nuovi competitori, che pur legandosi ad enti di promozione meno noti in ambito locale, sono riusciti a trovare formule vincenti per attrarre sempre più amatori. L’esposizione mediatica da un lato, la chimera di premi più ricchi dall’altra, hanno spinto sempre più giocatori a lasciare i vecchi tornei e a cimentarsi nelle rassegne “alla moda”, quella “pompate” sui giornali, di cui si parla in radio ed in tv. Una sorta di riscatto dell’amatore. L’occasione per godersi quell’attimo di popolarità sognato fin da bambino e mai raggiunto. Niente di più legittimo e più comprensibile, ci mancherebbe altro. Così come è legittimo – magari eticamente se ne può discutere – costruirci sopra un business. A patto però di rispettare le regole e le leggi.

 

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