Il senso di colpa

22 Agosto 2015

In psicologia il senso di colpa è un sentimento umano che si manifesta, a chi lo prova, come una riprovazione verso sé stessi. La colpa è intesa come il risultato di un’azione o di un’omissione o di trasgressioni a regole morali, religiose o giuridiche.  Il colpevole delle trasgressioni spesso prova quel senso di colpa che, nel suo progresso evolutivo, si manifesta con il senso di responsabilità che accompagna la libera scelta delle nostre azioni. La psicoanalisi sostiene che nel corso dell’età evolutiva, prima si obbedisce alle regole per la paura di essere puniti o di perdere l’affetto delle persone da cui si dipende poi, crescendo, aumenta la consapevolezza e il dispiacere di aver fatto del male agli altri o a sé stessi e nasce il sentimento di responsabilità e il desiderio di riparare al danno causato. “Senso di responsabilità o senso del dovere significa essere consapevole del male compiuto e/o del proprio essere in quanto segnato da questo male. Più precisamente si tratta non di un sentimento, ma di diversi sentimenti ed emozioni spiacevoli, come, per esempio, inquietudine, angoscia, tristezza, sconforto, dolore. Per questa ragione si suole anche parlare di «sensi di colpa”. Il senso di colpa, cioè, quando è conscio e motivato da azioni ritenute malvagie, realmente compiute, è riferibile a un meccanismo della coscienza evoluta che, se non è deformato, ci avverte di un disagio per aver infranto delle regole e ci stimola dunque a porre rimedio alle conseguenze dannose dei nostri atti. Vi è però anche un senso di colpa inconscio se determinato da sconosciute motivazioni irrazionali o fantasie che differisce dal significato precedente assumendo quello di un’emozione che colpisce la nostra autostima e la sicurezza in sé stessi al punto di generare alcune patologie psichiche come ansia e depressione. Un comportamento patologico si rinviene anche in coloro che non provano alcun senso di colpa come effetto delle loro trasgressioni. Secondo Freud questo fenomeno psichico risale a un momento dello sviluppo mentale nel quale non si percepisce una netta distinzione tra l’interiorità e il mondo esterno, tra pensiero e realtà per cui egli notava il comportamento di «delinquenti per senso di colpa» che compiono delitti per ricevere quel castigo dovuto per le loro colpe immaginarie ed inesistenti. L’origine più profonda del senso di colpa, secondo l’analisi freudiana, è nel complesso di Edipo “in quanto da esso deriva la possibilità di distinguere tra “buono” e “cattivo”, e soprattutto tra “buono” e “bene”. Infatti, in seguito alla proibizione di possedere il corpo del genitore amato, quello che è “buono”, quindi gradevole, diviene “male” , ossia cattivo.” In quel desiderio proibito è la nascita del senso di colpa e di ogni nevrosi.  C’è, inoltre, da considerare nella categoria dei sensi di colpa inconsci il condizionamento sociale motivato dall’idea che il bambino non sa nulla, è incapace e propenso all’errore e pertanto va “educato” e il condizionamento religioso che parte dall’assunto aprioristico che noi tutti nasciamo con un “peccato originale”. Ma perché il senso di colpa possa attecchire in profondità nella nostra vita psichica ci vuole da una parte un “RICATTATORE”, che può essere la nostra stessa coscienza, il partner, un parente, il datore di lavoro, un’istituzione sociale o religiosa e la partecipazione della vittima, partecipazione che si esplica nel lasciare che il ricatto morale sociale, culturale e religioso accada e si ripeta più volte. Si tratta comunque di una partecipazione più o meno consapevole e in ogni caso sofferta . Infatti a volte non ci si rende conto di essere imbrigliati in questo tipo di dinamica, altre volte si può essere consapevoli del ricatto, ma non riuscire comunque a farvi fronte in quanto tocca i nostri punti deboli e ci costringe a reagire secondo modalità che sono state apprese a partire da esperienze già vissute e che favoriscono il perdurare del ricatto. Alcuni di questi punti deboli sono, ad esempio:
1) un bisogno eccessivo di approvazione da parte delle persone a cui vogliamo bene che ci spinge a fare quello che ci chiedono seppur sia diverso da quello che effettivamente vorremmo.
2) il bisogno di mantenere la pace ad ogni costo evitando qualsiasi tipo di conflitto.
3) la tendenza ad assumersi troppe responsabilità per la vita degli altri che ha sovente per corollario il sentirsi in colpa per qualsiasi cosa minacci il benessere della persona con cui siamo in relazione.
4) la tentazione di rinunciare al proprio benessere e ai propri desideri pur di non veder soffrire la persona che amiamo ; quest’ultima, forse più delle altre, è una dinamica che porta a restare imprigionati nei bisogni psicologici dell’altro perdendo la capacità di analizzare i problemi e la possibilità di capire come risolverli al meglio. In ogni caso è forse opportuno sottolineare che in genere i ricattatori non sono dei mostri. Sovente, infatti, il ricatto morale nasce all’interno di una relazione importante ricca di aspetti buoni e positivi e i ricattatori raramente sono spinti dalla cattiveria, il più delle volte, come si è visto, agiscono sull’onda di una profonda paura. In questo senso il ricatto morale diventa il loro modo di difendersi da sentimenti dolorosi e spaventosi. Come si è visto si tratta di una modalità relazionale sicuramente nociva: in primo luogo per la persona ricattata, a lungo andare per la relazione stessa e quindi anche per il ricattatore. Da quanto detto, appare evidente quanto sia importante uscire da questa modalità relazionale. Il primo passo per uscirne è quello di riconoscere cosa sta succedendo e rendersi conto di trovarsi implicati nelle modalità relazionali di un ricatto morale. Il secondo passo è dato dal cercare di capire quali sono le profonde motivazioni da cui traggono origine tali modalità e infine è essenziale cercare di correggere i comportamenti che ci fanno star male. In tale processo è assolutamente essenziale fare chiarezza , quindi definire la propria posizione all’interno della relazione, mettere in luce i sentimenti che si provano, affermare ciò di cui si ha bisogno, indicare ciò che si è o non si è disposti ad accettare, dare la possibilità all’altro di esprimersi allo stesso modo e quindi lasciare all’altro la possibilità di scegliere liberamente ciò che intende fare rispetto al perdurare della relazione stessa, accettando poi le sue decisioni. Da questo punto di vista è essenziale saper accettare il cambiamento.

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