Il giallo della morte di Martine

10 Luglio 2015
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Torino, ore sette del mattino del 18 giugno 1969. Il corpo nudo e senza vita di una giovane donna viene rinvenuto in una cunetta a lato della statale Nichelino-Stupinigi, nelle vicinanze dell’ippodromo di Vinovo. Una pattuglia della Squadra Mobile interviene sul luogo del ritrovamento. Nelle vicinanze del cadavere non ci sono documenti o altri elementi che possano permettere il riconoscimento. Il cadavere ha ancora indosso un orologio da polso e un anello. Sulla mammella destra ha due piccole ferite, parallele tra loro. In poche ore la morta viene identificata: è Martine Beauregard; ha 25 anni; è nata a Parigi; è residente a Torino da alcuni anni e vive in un appartamento con il padre, la madre e tre sorelle; è una prostituta d’alto bordo. La sua storia sembra quella tipica di tante giovani donne avviate al mestiere più antico del mondo: a 18 anni d’età incontra un balordo di cui s’innamora, è psicologicamente dipendente da lui e l’uomo ne approfitta per avviarla sul marciapiede per sfruttarla. La “Parigina”, nome di battaglia della Beauregard, batte nella zona centrale di Torino, dalle parti di Corso Matteotti, ambiente di caccia sessuale notturna dei rampolli delle famiglie bene della città. Le indagini sono coordinate dal commissario Giuseppe Montesano, comandante della Squadra Mobile, un poliziotto esperto ed efficace, con la faccia da attore, gli occhiali da sole scuri perennemente sul viso e una sigaretta tra le dita, un uomo che ispirerà personaggi di romanzi e del cinema.
Qual è stata l’ultima persona a vedere viva Martine Beauregard? La testimonianza più vicina al momento del ritrovamento del corpo è quella di Carla Sabbani, una mondana che batteva nella stessa zona della “Parigina”. La Sabbani racconta ai poliziotti che, verso le 23,30 del 17 giugno, ha visto la Beauregard salire sulla Fiat 125 bianca di un cliente che non aveva mai visto prima. Intanto gli inquirenti trovano il protettore della donna assassinata: è Ugo Goano, 25 anni d’età, famiglia benestante, vita dissennata, denaro speso a fiumi nella vita notturna, vagabondando da night a night, una Dino spyder rosso fiammante per correre le strade di Torino. La sera del 17 giugno ha cenato con Martine Beauregard al ristorante “La Forchetta d’oro”, poi ha accompagnato la ragazza al “lavoro”. Il pappone viene arrestato per ordine del Giudice Istruttore Nicolò Franco, su richiesta del Pubblico Ministero incaricato, Flavio Toninelli.
L’autopsia sulla salma viene effettuata dal professor Aldo De Bernardi, un medico legale di grande esperienza, che rileva : ora presunta della morte tra le 1,30 e le 2,00 del 18 giugno, come si desume dal rigor mortis, dalla temperatura del corpo e dallo stato delle macchie ipostatiche sulla superficie cutanea; presenza di numerose lesioni superficiali a tipo abrasione o escoriazione riconducibili, in ipotesi, a sevizie esercitate sulla vittima; presenza di ecchimosi sugli arti superiori, come da afferramento; rilievo di due soluzioni di continuo, di quattro centimetri ciascuna, parallele tra loro, localizzate tra il quadrante supero interno e supero esterno della mammella sinistra; quadro obiettivo viscerale riconducibile a morte asfittica, con presenza di tipiche macchie di Tardieu sui foglietti pleurici. In sintesi: Martine Beauregard è stata prima seviziata (forse fustigata), quindi afferrata con forza agli arti superiori e poi soffocata “in seguito a pressione insistita sulle vie orali”.
A questo punto gli ingredienti per l’esplosione mediatica del caso ci sono tutti: l’estate; una giovane e bella francese, che fa la mondana in una zona chic di Torino, trovata assassinata; un giovane protettore vestito con eleganza, che gira per la città a bordo di una lussuosa macchina sportiva; la torbida vita notturna di una Torino che di giorno sembra votata soltanto al lavoro e agli affari e che di notte si trasforma. Il caso assume una rilevanza nazionale. Vengono scritti e pubblicati articoli su articoli sui principali quotidiani. Il delitto trova ampi spazi anche sui rotocalchi rosa e sulle riviste settimanali. Ugo Goano afferma di aver un alibi: quella notte, dopo aver lasciato Martine, è andato dapprima nel locale Don Pepe, in corso Po e poi al Mack One, in piazza San Carlo. Le testimonianze confermano la presenza di Goano nei due locali, emerge però il particolare di una telefonata che lo ha raggiunto al Don Pepe attorno all’una di notte e che lo ha fatto allontanare rapidamente dal locale. Goano, poi, ha fatto la sua ricomparsa al Mack One attorno alle 2,00.

In sostanza, nell’alibi di Goano c’è un vuoto di circa un’ora che corrisponde perfettamente all’epoca della presunta morte indicata dal professor De Bernardi nei risultati dell’autopsia che ha effettuato. Ma quell’ora poteva bastare per uccidere, trasportare il corpo, ripulire la macchina e far sparire tutte le tracce che ogni omicidio, necessariamente,
lascia? Ma c’è dell’altro: il protettore, il giorno seguente, dopo aver saputo dai giornali dell’omicidio, invece di correre alla polizia, perché ha pensato bene di togliere tutti i vestiti della Beauregard dall’appartamento usato come garçonnière dove i due s’incontravano? Soltanto paura di essere coinvolto? Forse. Oppure tentativo di coprire l’omicidio? Ma se Goano ha assassinato Martine Beauregard, qual è stato il movente dell’omicidio? Magari non c’è stato alcun movente. Si fanno ipotesi. Una è quella che la donna, coinvolta in giochi sadici ed erotici pericolosi, connessi con l’oralità e il piacere prolungato da forme soft di mancanza d’aria (giochi narrati, in diverso contesto, nel 1976 dal regista giapponese Nagisa Oshima nel suo film “L’impero dei sensi”), sia rimasta uccisa accidentalmente. Un’altra è quella di un rapporto con un cliente finito male per via di una richiesta di prestazione sessuale eccessiva, rifiutata dalla donna, che ha fatto scaturire in lei una reazione scomposta con grida e tentativo
di divincolarsi e nell’uomo o un tentativo di soffocare le grida finito male o una reazione violenta sempre, comunque, con morte preterintenzionale. Ipotesi, comunque. Ricostruzioni giornalistiche. Intanto Goano resta in carcere. Ma il 5
dicembre, dopo sei mesi d’indagini infruttuose, c’è un colpo di scena. Un uomo si autoaccusa del delitto, facendo una telefonata al commissario Giuseppe Montesano. È Carlo Campagna. Aspetta il poliziotto nella camera 511 dell’Hotel Rex, al centro di Torino. L’uomo appartiene alla ricca famiglia di industriali che ha introdotto in Italia le macchine
per la contabilità meccanizzata, utilizzando con le schede perforate, ma è, per così dire, la pecora nera della famiglia.

Carlo Campagna ha 27 anni, è un uomo piccolo di statura, appena un metro e sessanta, pieno di frustrazioni, con un
matrimonio fallito alle spalle, che cerca di superare le sue inibizioni attraverso la messa in essere di comportamenti
plateali, come girare per locali notturni attorniato da ragazze bellissime e molto alte di statura, accendere le sigarette con banconote da diecimila lire. L’uomo è anche solito frequentare assiduamente il mondo della prostituzione sia femminile che maschile ed è solito consumare ingenti quantitativi di sostanze alcoliche. Il suo racconto è pieno di imprecisioni ma, soprattutto, le circostanze della morte di Martine Beauregard, così come raccontate da Campagna, sono incompatibili con i risultati del riscontro autoptico eseguito da De Bernardi. Infatti, secondo Carlo Campagna la donna sarebbe morta annegata nella vasca da bagno del suo appartamento perché ubriaca o drogata, mentre secondo i puntuali dati necroscopici, nella salma non sono stati rilevati segni riconducibili ad annegamento e, nel contempo,
le analisi chimico tossicologiche non hanno rilevato né presenza di alcol, né di sostanze stupefacenti. Comunque,
Campagna, reo confesso, viene arrestato, in attesa di chiarire dettagliatamente il suo sgangherato racconto. Il 14 dicembre un altro colpo di scena: Guido Campagna, padre di Carlo, si suicida sparandosi un colpo di pistola nella sua
villa di montagna a Gressoney. L’uomo lascia un biglietto d’ambigua interpretazione con scritto: “scusatemi, ma non
ne potevo più”. Un esplosione di altre illazioni. Numerose lettere anonime arrivano agli inquirenti e alla  agistratura:
il padre era l’assassino e Carlo si è autoaccusato per coprirlo. Un’ipotesi che non troverà mai una conferma, anche
se, ad accentuare il mistero, il 14 agosto 1970 si suicida anche Silvia, la sorella di Carlo Campagna. Le indagini
proseguono e il 3 gennaio 1970, nel corso di una ricostruzione all’americana dei fatti, Carlo Campagna viene messo alla guida di una Fiat 125 bianca e percorre le strade teatro dell’incontro tra Martine Beauregard e il suo ultimo cliente. Carla Sabbani, ferma nel punto in cui si trovava la fatidica sera, riconosce l’uomo. Potrebbe essere la conclusione del caso, ma a questo punto, Carlo Campagna ritratta la sua confessione e le sue nuove dichiarazioni vengono suffragate anche da un sopralluogo compiuto dagli inquirenti nel suo appartamento: la vasca da bagno indicata come mortale per la francese, era troppo piccola per permettere l’annegamento di una persona. L’indagine è punto a capo. L’ultimo coup de théâtre è l’entrata in scena del transessuale Salvatore Luigi Ciminiello, che si dichiara amico particolare di Carlo Campagna, e che accusa, facendo nomi e cognomi, sulla base di presunte conidenze dello stesso Campagna, cinque persone oltre all’imputato come complici nelle varie fasi del delitto. Nuova esplosione mediatica. Questa volta per Campagna, ribattezzato grazie a un cronista Charlie Champagne, non c’è più niente da fare, scrivono i giornalisti. Ma Salvatore Luigi Ciminiello ritratta. Inoltre, ci sono dei testimoni che dichiarano che la notte del delitto Carlo Campagna era con loro nel locale Whisky Notte, dato confermato, addirittura, da una multa inlitta, alle ore 23,00, all’autovettura del Campagna parcheggiata in divieto di sosta nelle vicinanze del locale. Carlo Campagna, prima di essere rilasciato, viene sottoposto a una perizia psichiatrico forense che indica una diagnosi di mitomania e di alcolismo cronico. Entrambi gli indagati vengono prosciolti. Il delitto di Martine Beauregard resta senza un colpevole.

 





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