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Mario Flamini: «Ed io non ci sto»

15 Marzo 2017
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Dura presa di posizione dell’esponente politico della Rete dei Cittadini in merito agli attivisti a 5 stelle.
Sotto accusa il modo di fare sui social dei pentastellati . “Pensano di essere in un’arena dove c’è un nemico da abbattere”.
Di seguito riportiamo la sfogo di Mario Flamini, noto esponente politico cittadino della rete dei cittadini in merito al comportamento degli attivisti cinque stelle sui social: “Ho deciso di non commentare più, su facebook, i post riguardanti il M5S, non perché voglia sfuggire il confronto ma perché ne ho capito l’inutilità. Tranne qualcuno, al quale va la mia profonda stima e simpatia, gli altri pensano di stare in una arena dove c’è un nemico da abbattere. Quando in politica chi non la pensa come te non è un avversario politico ma un nemico da eliminare a prescindere, vengono meno i basilari principi democratici per un sano confronto e per un vivere civile.

Come possono essere recepiti con favore i principi fondanti del Movimento se non c’è dialettica politica, confronto, verifiche comuni seppure nella reciprocità di giudizio e di autonomia? I valori dell’uguaglianza, il diritto alla vita, la lotta alla povertà, la lotta alla corruzione, la lotta all’arricchimento facile, la lotta contro quei politici che pensano solo a loro stessi e non perseguono il più necessario pubblico generale interesse, sono principi universali ma non possono essere racchiusi in un recinto, laddove esistono guardiani che ne impediscono l’entrata e l’uscita. Non si tratterebbe, infatti, di accedere al potere gestito dai pentastellati, difeso da loro stessi a questo punto con pervicacia, non si tratterebbe di chiedere spartizioni, di concordare alcunché; si tratta – invece – di avere accesso al diritto al confronto, fidando di poter suggerire da una parte e nella capacità di accogliere dall’altra. Cioe’ le più elementari regole della democrazia.
Il problema dei 5S – c’è da concludere – è che non riescono a coniugare questi valori con il realismo di governo. E, allora, si cade nell’autosufficienza, nel niente. Perché mai nella storia della Repubblica è accaduto niente di simile.
Un movimento che si richiama a questi valori, deve essere libero di esprimersi senza l’obbligo alla fedeltà assoluta al capo che, invece, detta le regole alle quali attenersi pena la scomunica.
Un movimento che si propone come guida del Paese ma rifiuta categoricamente le alleanze, come pensa di andare al governo con una legge proporzionale che non prevede coalizioni, con collegi intermedi, soglia di sbarramento non superiore al 5%,preferenze sia negative che positive, senza premio di maggioranza? (Vedi proposta di legge presentata in Parlamento). A meno che non pensa di poter raggiungere il 50% più uno dei voti. Anche questo mi appare come un’utopia.
Il rifiuto categorico del passato, la rottamazione a prescindere da tutto e da tutti coloro che hanno fatto politica prima di loro, rappresenta la dimostrazione pratica di un movimento destinato per sempre all’opposizione.
Cavalcare il populismo, fare delle offese alle Istituzioni, che rappresenta il loro modo di essere, paga nell’immediato ma alla fine sarà punito anche da coloro che oggi li guardano con fiducia.
Il reddito di cittadinanza, l’abolizione dei vecchi vitalizi, il taglio alle pensioni d’oro, la riduzione dell’indennità parlamentare (Perché non anche l’abolizione del finanziamento ai gruppi parlamentari?) sono tutti argomenti giusti, di facile presa in un Paese che stenta a decollare e dove regnano delle sacche di povertà assoluta. Possono essere posizioni valide, ma per diventare azione di governo occorre un consenso vasto e convinto anche da parte di chi non è nei ranghi più ristretti o anche nelle periferie di questo movimento.
Occorre, nel senso delle cose che tento di dire, rimettere al centro del dibattito, non le guerre contro tutto e tutti, ma il perseguimento del pubblico generale interesse attraverso il rilancio di una alleanza riformista tra il merito e il bisogno (Martelli congresso socialista di Rimini 1982) intorno alla quale coinvolgere le grandi masse, una legge elettorale che riesca a garantire rappresentatività e governabilità. Poi andare al voto. Rimettere nelle mani dei cittadini la loro vita, idealità e speranze.
La rete dei cittadini ha in itinere l’organizzazione di un convegno che mette al centro del confronto l’alleanza tra il merito e il bisogno. Occorre ricominciare a parlare di politica, ma quella seria, quella vera, per cominciare un nuovo percorso insieme a tutti quelli che vogliono provare a cambiare il sistema con le idee, le proposte e per rimettere al centro del dibattito il cittadino”.

 

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