Il Battaglione del Capitano Piroli

10 Luglio 2015
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Il LXIV battaglione del 17° rgt Bersaglieri era al comando del Capitano Piroli quando l’ordine di operazione n° 3470 emanato dal XXV CdA comunicò alla 4^ divisione che l’attacco dei Bersaglieri a Castagnevizza sarebbe dovuto scattare all’alba del 19 agosto 1917, ore 5.33. Cinque barili e trentatrè bottiglie, nel linguaggio convenzionale. L’Ufficiale del Genio Paolo Caccia Dominioni, noto soprattutto per la sua successiva partecipazione alla battaglia di El Alamein, fu testimone del valore dei Bersaglieri non solo in quella triste e nota circostanza, ma già sin dalla Prima Guerra Mondiale, durante la quale accadde spesso che … la fortuna non potè essere pari al valore di quel Corpo speciale che, creato per una guerra di movimento, si ritrovò a dover agire nella nota guerra di posizione, fatta di attese interminabili fra i bombardamenti sulle linee e di assalti mal organizzati, affidati quasi sempre davvero solo alla fortuna e al valore delle truppe. Davanti al paese di Castagnevizza, sul Carso, vennero decimate le migliori brigate dell’esercito italiano nel tentativo di espugnare quella roccaforte austriaca. Nell’agosto del 1917 anche l’allora Tenente Dominioni si trovò, con la 2^ Compagnia Lanciafiamme (cartina 1), in quel settore che fu forse il luogo più terribile e temibile di tutto il fronte italiano; ecco come lo descrive Dominioni nel suo diario: “Castagnevizza è nome che farebbe vacillare i più tremendi e pettoruti e celebrati guerrieri dell’antichità. Nome di leggenda. Decine e decine di assalti, in nove mesi, sono state lanciate su per il pendio mortale. Qualche ondata è arrivata, decimatissima, alla cima, sorpassando trincee e difese: ed è scomparsa sul rovescio senza restituire nessuno e le ondate successive si sono trovate davanti le trincee, che credevano conquistate, già guarnite di nuovi austriaci, sorti come fantasmi da invisibili ripari.” Il 17° rgt della III Brigata Bersaglieri era composto dai battaglioni LXIV, LXV e LXVI, che presero tutti parte all’azione del 19 agosto, ma il più coinvolto per via della sua disposizione sulle linee fu il LXIV Btg del Cap. Piroli. Esso infatti fu decimato dall’artiglieria nemica prima ancora dell’attacco, nelle quattro ore che lo precedettero. Il diario di reggimento riassume gli avvenimenti di quel giorno in due pagine di mero resoconto delle posizioni conquistate e riperse da soldati senza volto e senza nome, per concludersi con il freddo conteggio delle centinaia di perdite, seguito dall’usuale commento giornaliero sulle condizioni climatiche: “Stato atmosferico: cielo sereno”. Ma ecco cosa racconta Dominioni, testimone di quei momenti: “I Bersaglieri si sono buttati fuori con molto slancio […] Nella dolina Lecce Bassa (sede del LXIV btg, n.d.r, cartina 2) si è formato un pandemonio terribile: torme di feriti cenciosi affluiscono da tutte le parti: il posto di medicazione rigurgita di barelle e gente insanguinata. Lo sbarramento picchia sodo sulla prima linea e la dolina è già piena di morti […] . Trovo un Capitano dei bersaglieri … urla ordini a destra e a sinistra… “Cerchi la 5^ compagnia, che è già in paese” grida, e mi stringe la mano, ritto fra due cadaveri […] Continua la confusione e lo sbarramento a base di 305 e 420. Chi ha mai visto roba simile? Uomini che ti muoiono attorno come formiche calpestate”. Cosa accadde dopo lo slancio, fra quelle rovine di Castagnevizza che non restituivano mai nessuno, sarebbe rimasto un mistero, se non fosse stato reso noto da quei pochi Ufficiali sopravvissuti, che tornarono a casa dalla prigionia alla fine del conflitto, e che depositarono presso il Tribunale Militare la loro testimonianza sulle circostanze della cattura. Il LXIV battaglione aveva l’ordine di avanzare su 5 ondate successive ed attestarsi su quota 315 ad est del paese (ancora cartina 2). Le nubi prodotte dalle esplosioni e dai gas lacrimogeni e asfissianti, unitamente al via vai di feriti fra le linee e alla quasi assoluta mancanza di visibilità del percorso da attraversare determinano grande confusione. I collegamenti fra truppe e ufficiali sono dunque resi difficili già prima dell’attacco. Al consueto segnale del fischietto i Bersaglieri escono dagli ormai inagibili ripari e vanno all’assalto. Da questo momento più nulla si seppe al reggimento sulla sorte degli uomini che nelle prime ondate oltrepassarono facilmente la trincea austriaca di vigilanza, trovata vuota, priva di difese e sconvolta dall’artiglieria italiana. Spariti nel nulla. Il diario di reggimento non sa. Erano arrivati sulla quota assegnata? O erano morti tutti prima? Prigionieri? E perché nessuno tornava a prendere collegamento? Partono le ondate successive, ma queste stavolta non riescono a penetrare nelle linee nemiche come le prime e, trovando con sorpresa i primi trinceramenti nemici di nuovo organizzati con cecchini e mitragliatrici, vengono sopraffatte dal fuoco di sbarramento e di interdizione, che oltre a procurare un gran numero di morti sconvolge il terreno a tal punto da rendere impossibile l’avanzata e di conseguenza il collegamento con le prime ondate. Le testimonianze dei reduci dalla prigionia raccontano che quando essi entrarono nel paese lo trovarono apparentemente deserto, come se il nemico si fosse ritirato per effetto del bombardamento italiano, e che nella corsa verso quota 315 vennero definitivamente decimati dal “fuoco amico” che, nell’impossibilità di conoscere loro posizione, non allungava il tiro, facendo strage involontaria di compatrioti. Nel cercare un riparo provvisorio nelle numerose caverne scavate dal nemico sotto la città, si resero conto che in realtà gli austriaci non erano retrocessi ma aspettavano nascosti in quelle stesse caverne, per proteggersi dall’artiglieria e per prendere alle spalle gli eventuali assalitori, dei quali però non si aspettavano un così rapido movimento. I Bersaglieri, benché stremati e ridotti a un esiguo drappello, riescono allora a disarmare e a bloccare nelle caverne più gruppi di nemici, nella vana attesa di rincalzi e sotto il tiro delle mitragliatrici che nel frattempo avevano ripreso a sparare. Inutili i tentativi di manifestare con fazzoletti improvvisati la presenza di italiani ai velivoli in ricognizione: le nubi prodotte dalle esplosioni lo impedivano. Così, a poco a poco, col passar dalle ore, la sorte dei bersaglieri si capovolge ineluttabilmente. Circondati, anche a causa delle sconosciute uscite secondarie di alcune gallerie, feriti, alcuni gravemente, nel tentativo di resistere, non vollero arrendersi lottando fino all’ultimo minuto, quando furono definitivamente accerchiati e presi sotto il tiro di fucileria e bombe a mano. Il Capitano Piroli propone la resa, per non votare i suoi uomini ad un ormai inutile massacro, ma molti di loro si oppongono con fermezza; se ne possono leggere i nomi, l’età, la provenienza… uomini il cui eroismo non è conosciuto dai diari ufficiali che parlano dell’”azione” sul Carso. Fra essi, un giovanissimo ufficiale, il Sottotenente Giuseppe Lombardo, che, come testimoniato dalle deposizioni, grida fra le lacrime: “I nostri compagni caduti in mezzo a noi gridano vendetta. Su, giovanotti, coraggio! Perché siamo qui venuti, se non per compiere il nostro dovere? O si riesce o si muore!” In silenzio tutti piangono, compreso il Capitano Piroli, che ha più volte rischiato la vita per mettere in salvo quella dei suoi uomini, e che ora, sempre per i suoi uomini, ordina la resa. Un ordine che riesce a far eseguire a stento. Sono circa le 9.30. “Stato atmosferico: cielo sereno”



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