Durrenmatt

I racconti di Durrenmatt

2 Novembre 2015
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Racconti, Friedrich Durrenmatt
Feltrinelli, euro 12,00.

A essere rigorosi, dopo Céline, Durrenmatt, Pasolini, Carver, Dostoevskij, Chandler (e molti che qui, ora, dimentico) dovremmo leggere libri diversi da quelli che si trovano, normalmente, in libreria. Dovremmo tutti scrivere in altra maniera. Come nella pittura: dopo Picasso perché continuare a dipingere alberelli?
Semplice: sono in tanti a volere gli alberelli.
Sullo scaffale ho un libro che ho smesso di leggere dopo pochissime pagine. Si tratta di un romanzo noir. Inizia con una strage in commissariato. Buon ritmo, bella lingua. Tutto molto moderno. Un cecchino spara dal palazzo di fronte. Muoiono molti agenti. Uno di questi si salva e assieme ai colleghi, riesce a identificare il piano da dove il killer ha sparato. Raggiungono il palazzo, entrano, scoprono una bella imbavagliata: e’ la proprietaria dell’appartamento. Appena la liberano e lei si muove per la stanza, un poliziotto fa un commento sul bel corpo della stessa. Nulla di strano, ci mancherebbe, ma qui, ripeto, hanno appena sterminato persone che l’agente vedeva tutti i giorni! Mi spiego!?
Un bel commento sul sedere di una donna e via! Ecco l’hard boiled secondo alcuni. Alberelli, sono solo alberelli.
Scrivere come se Céline, Durrenmatt, Pasolini, Carver Dostoevskij, Chandler e altri non fossero mai nati può anche essere fatto, ma che operazione è?
Che senso ha? E soprattutto, come ci si riesce? Con quale passione?
La morte è un evento misterioso. Un qualcosa di incomprensibile. La rifiutiamo, ne abbiamo paura. Quando in un romanzo, un essere umano pone fine alla vita di un altro, che lo faccia in preda alle passioni o per un disegno folle, in un certo senso, si porta con sé il segreto di questo disfacimento della carne. Ne diventa il custode. Un qualcosa di sovrannaturale si attacca a colui che ha avuto il coraggio di pronunciare l’impronunciabile bestemmia: la negazione della vita.
Cospargere il romanzo di morti ammazzati, come il proverbiale cacio sui maccheroni, però non migliora la struttura e la scrittura di un giallo.
Le prime pagine del racconto “La vuoi vedere una cosa?”, in “Principianti”, di quel geniaccio di Raymond Carver, sono avvincenti, profonde, misteriose. In una parola sola: perfette. E non c’è nemmeno un morto!
Per me, il più bel giallo di ogni tempo è “Delitto e Castigo” di Fedor Michajlovic Dostoevskij.
Per me, uno dei più bei romanzi di ogni tempo è “Delitto e castigo” di Fedor Michajlovic Dostoevskij.
Per me, una delle più belle descrizioni dell’animo umano si ha in “Delitto e Castigo” di Fedor Michajlovic Dostoevskij.

racconti

Per me, l’interrogatorio più bello mai letto, tanto che dovrebbe essere insegnato all’università, è quello tra Porfirij Petrovic e Raskonikov in “Delitto e castigo” di Fedor Michajlovic Dostoevskij…non devo continuare, vero?
Sfonda i confini tra letteratura e letteratura di genere l’autore geniale, accurato, ossessionato, accorato, che osa, che soffre, che ricerca, che si dispera per una parola da trovare. Conrad, per esempio, scriveva di avventure. Ma, a leggerle bene, sono tutte interiori, tutte nell’animo umano. Forse l’unica terra realmente misteriosa. Come fare a leggere ancora di commissari e di assassini di bambini dopo aver letto “La Promessa” di Friedrich Durrenmatt?
Non dimenticherò mai la faccia farfugliante di Jack Nicolson che nel bel film omonimo di Sean Penn, impersona il commissario Matthai. Mai.
L’assassino è fermato, non da Matthai ma dal caso. Il caso regna. Il caso comanda. Noi possiamo poco.
Ne “La Panne” vi è la ricerca della verità, non processuale, su fatti apparentemente non costituenti reato. Dopo questo strepitoso racconto è arduo misurarsi ancora con qualsiasi legal thriller. Recensire il maestro svizzero è dura. Ogni riga è densa come una tazza di cioccolata calda. Come un tartufo di Alba è prezioso e profumato. Denso di sapori e contenuti.
Trenta pagine di Durrenmatt hanno, a volte, la stessa profondità di trecento di Dostoevskij o di Céline.
Leonardo Sciascia è stato spesso accostato a Durrenmatt. Credo sia corretto. Anche per lui valgono le considerazioni fatte per lo svizzero.
Del resto, nessuno dei due dipingeva alberelli.


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