Hanno rapito Fabrizio De André e Dori Ghezzi

10 Luglio 2015

28 agosto 1979. Il cantautore Fabrizio De André, 39 anni, e la cantante Dori Ghezzi, 31 anni, sua compagna di vita, vengono rapiti mentre si trovano nella loro fattoria “L’Agnata”,  in Sardegna,  a 15 chilometri di distanza dal paese di Tempio Pausania, dove risiedono da oltre due anni. L’allarme viene dato alle 11,30  alla stazione dei carabinieri di Tempio Pausania da Vittoria Manca, che lavora  nella casa come collaboratrice domestica, che ha trovato la casa vuota. Il fatto suscita molto scalpore per la grande popolarità degli ostaggi, ma  anche perché, in un primo momento,  alcune rivendicazioni, risultate poi false, fanno  pensare a una possibile matrice politica del  sequestro. Nella ricerca c’è un grande dispiegamento di forze. Vengono svolte battute in tutta la Gallura e il Nuorese,  con impiego  di cani ed elicotteri. Centinaia di uomini perlustrano boschi, grotte, ricoveri montani. L’intera Sardegna è costellata di posti di blocco. Nessun risultato. Ai primi di settembre la redazione Ansa di Torino riceve due telefonate che annunciano l’esecuzione di Fabrizio De André e Dori Ghezzi nei pressi del  lago di Modoro. Si tratta di una località trasformata in un grande pantano da una diga. S’impiegano elicotteri e squadre di sommozzatori per due giorni. Non viene fatto alcun ritrovamento. Fortunatamente si tratta di un falso allarme. Seguono giorni  (alla fine se ne contano complessivamente 117) in cui Fabrizio De André e Dori Ghezzi restano in balia dei loro rapitori. Per quasi tre mesi i due sequestrati rimangono  con la testa chiusa in un cappuccio, con un unico buco per la bocca. Poi gli vengono tolti i cappucci, ma De André e la Ghezzi sono legati a degli alberi con delle catene. Dopo la liberazione, la terribile esperienza della prigionia diventerà per Fabrizio De André materiale poetico per la composizione di canzoni divenute epocali, come Hotel Supramonte. Intanto,  i familiari dei due artisti cercano di allacciare le trattative per la liberazione. Gli emissari che si prestano alla delicata  e complessa opera sono don Salvatore Vico, il sacerdote che ha tenuto a battesimo Luvi, la figlia dei due cantanti,  e un altro uomo di cui non si saprà mai l’identità. I due, a bordo di un’Alfetta blindata di proprietà del padre di Fabrizio De André, percorrono  in lungo e in largo l’entroterra sardo, fanno numerosi incontri, acquisiscono informazioni, riescono ad allacciare un rapporto con i sequestratori, concordano un riscatto e le modalità della liberazione. Dori Ghezzi è la prima a tornare in libertà, la notte del 21 dicembre 1979, per dimostrare che anche  Fabrizio de André è ancora vivo. La sera seguente viene rilasciato anche il cantautore, previo pagamento di 550 milioni di lire. Sui giornali viene riportata la notizia che i soldi li ha forniti il professor Giuseppe De André, padre di Fabrizio e  Presidente degli zuccherifici Eridania, ma non ci sono  notizie precise sui vari momenti della trattativa.  La famiglie dei sequestrati e i loro emissari hanno non hanno fatto trapelare nulla, nemmeno con gli inquirenti.  Alcuni giorni dopo il rilascio dei due ostaggi, i carabinieri della stazione di Tempio Pausania, comandati dal capitano Vincenzo Rosati, che non hanno mai smesso di effettuare indagini capillari sul territorio, anche grazie all’apporto di  fonti confidenziali,  giungono ad arrestare tre persone: i fratelli Francesco Giuseppe e Dionisio Pasquale Pala e Graziano Antonio Porcu, tutti originari del paese di  Orune, in provincia di Nuoro, ma residenti a Tempio Pausania. Un’ulteriore colpo di scena è l’arresto, avvenuto a Radicofani, in Toscana, del veterinario Marco Cesari, dopo il versamento in banca da parte di quest’ultimo di alcuni milioni identificabili come provenienti dal riscatto pagato. Altre quattro persone vengono arrestate a distanza di alcuni mesi. Si tratta di Giulio Carta, di Orune, di Salvatore Cerchi, commerciante di Sennori, di Salvatore Vargiu. allevatore e di Pietro Delogu, un  macellaio di Pattada. È accusato di aver fatto parte della banda di sequestratori anche Martino Mureddu, latitante, un pastore che risiede a Radicofani in Toscana. Le indagini, caratterizzate dall’apporto delle testimonianze di alcuni membri della banda  che diventano collaboratori di giustizia,  permettono di arrestare altri complici: il commerciante Salvatore Marras, 46 anni, assessore comunale comunista di Orune e l’allevatore Pietrino Ghera, di 34 anni, di Berchidda. Secondo gli inquirenti  è proprio Salvatore Marras il capo della banda, mentre Pietrino Ghera  è il cassiere. Marras, malgrado sia effettivamente l’ideatore del sequestro, decide di collaborare con gli inquirenti e rivela i nomi di tutti i componenti della banda che ha effettuato  e gestito tutte le fasi del sequestro. Anche  il veterinario Mario Cesari fa piena confessione, fornendo ulteriori particolari della vicenda. I due, grazie alle rivelazioni fatte, al momento del processo, svoltosi presso il Tribunale di Tempio, ottengono condanne miti rispetto alla gravità del crimine commesso: 9 anni e 10 mesi di carcere vengono inflitti a Mario Cesari e  9 anni e 8 mesi a Salvatore Marras. Ottiene  una  pena sostanzialmente mite anche Pietro De Logu, il vivandiere, che era il responsabile dell’effettiva custodia dei due ostaggi, che viene condannato a 9 anni e 8 mesi. Per Giuseppe Pala, il basista  e  Pietro Ghera, il cassiere, definiti dalla stampa come “pentiti a metà”, le pene comminate  sono  rispettivamente di 18 anni e di 16 anni di reclusione. Giulio Carta, viene condannato a 5 anni di reclusione per truffa pluriaggravata,  per essersi fatto materialmente consegnare dai familiari degli ostaggi il riscatto per poi trattenere per sé 50 milioni di lire. Salvatore Cherchi è condannato  a 4 anni e 6 mesi per riciclaggio di denaro. Per tutti gli altri membri della banda di sequestratori, che hanno rifiutato qualsiasi tipo di collaborazione con la giustizia, le pene vanno da un minimo di 20 a un massimo di 25 anni.

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