Family Mass Murder. Il caso Mario Calderone (2^ parte)

3 Aprile 2022

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Il fatto: il caso Mario Calderone.

Calderone, da circa due anni ed esattamente dal dicembre del 1994, aveva perso la moglie che aveva 37 anni, a causa di un tumore alle ossa e da poco tempo, quando aveva circa 51 anni, aveva perso anche il suo lavoro nella telefonia, presso la Ericcson Italia, sembra tuttavia, che finito nelle liste di mobilità,  abbia percepito un sussidio di circa un milione di lire al mese, che in tutta onestà, non era comunque poi così male per l’epoca dei fatti.

Mario Calderone, che era appassionato di pesca subacquea, era considerato dai conoscenti e dai vicini di casa, un tipo cupo, chiuso ed introverso, viveva con le sue tre figlie: Pamela, di 11 anni, che frequentava la seconda media, Martina, che ne aveva solo 5, l’asilo, mentre la sorella più grande, Viviana, che aveva 17 anni, lavorava presso un negozio della città. La nonna, Roberta Sacchetti, dopo la morte della figlia, era rimasta a vivere nella famiglia, che abitava al terzo piano in un alloggio di una casa in cooperativa, nel popoloso quartiere di Campo dell’Oro a Civitavecchia.

Sacchetti Antonella, che era la cugina della moglie di Mario, dopo il decesso della donna, si era presa cura anche lei delle tre adolescenti, alle quali era amorevolmente alquanto legata e che molto spesso, uscivano con lei, per una passeggiata e anche per recarsi a fare le compere presso i vicini negozi della zona.

L’epilogo della vicenda.

Era sabato, un sabato come tanti altri giorni, il cui tepore e le giornate più lunghe, annunciavano l’imminente primavera, nulla lasciando presagire, di quanto stava per avvenire in quell’appartamento al terzo piano di Campo dell’Oro. Un giorno, apparentemente sereno e tranquillo, il cui termine, stava trascorrendo tra le mura domestiche: era il 9 marzo del 1996.

Nel pomeriggio, Mario Calderone, si era recato al cimitero a far visita alla sepoltura della moglie, ove aveva depositato un mazzo di fiori ed al suo rientro in casa, come di consueto, (si riporta fosse molto abitudinario), si era piazzato seduto sul divano, davanti alla TV.

Un’amica della figlia Viviana, che abitava nello stesso stabile e che in serata le aveva fatto visita, trascorrendo qualche ora insieme con la ragazza, verso le ore 22.30, lascia l’appartamento, in quanto è oramai tardi ed anche perché il giorno successivo le figlie di Mario, avrebbero dovuto recarsi a scuola ed al lavoro.

Sino a quel momento, tutto appariva normale, una sera come tante altre, anche se purtroppo, senza più la mamma e con la nonna che non era in casa, in quanto si era recata fuori città, vicino Roma. Le figlie sono sole con il papà, che alle 23, augura loro la buona notte, mentre sono già a letto nelle loro camerette, per addormentarsi subito dopo serenamente, senza immaginare minimamente, l’orrenda sorte che le sta aspettando. E’ proprio nei momenti successivi, quelli della notte a cavallo tra il 9 ed il 10 di marzo del 1996, che l’uomo, viene pervaso dalla follia più inconcepibile ed assurda che mente umana possa immaginare coinvolga un genitore, degno di essere definito tale e che appare impensabile, possa condurlo ad uccidere con bestiale barbarie, i propri figli, posto che un animale, mai farebbe una cosa del genere.

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