quando si ama troppo

Cosa succede quando si ama troppo?

12 Dicembre 2015

Carla (nome di fantasia) è una donna ferita. È stata lasciata dal marito per un’altra donna più giovane di lei, che ha studiato, ha un lavoro che le piace ed è più bella. Carla è entrata in depressione, si è chiusa in se stessa, in casa e guarda dalla finestra la gente e la vita passare.
Dice di aver fallito nella vita, di essersi dedicata al marito, ai figli e alla casa per avere come ricompensa l’abbandono. Anche i figli, ormai grandi, stanno per andarsene, per lavoro, a vivere in un’altra città. Carla non si piace. Un pò l’età, un pò le gravidanze e qualche problemino di sovrappeso la fanno sentire senza possibilità di rifarsi una vita, di avere rapporti intimi con un uomo, di essere nuovamente felice. Tutto questo non fa che riportarla continuamente indietro nel tempo, ai momenti felici della famiglia, quando era madre e moglie a tempo pieno, quando la casa era abitata e cucinava per loro. “Allora”, dice “andava tutto bene, non mi mancava niente, mi sentivo utile e protetta. Ora non c’è più nessuno, c’è silenzio in casa e per la gente sono una donna separata che è stata tradita e abbandonata!”. Così si descrive e si percepisce. Senza più un motivo per fare le cose, senza più il suo mondo e senza possibilità di riscatto per il futuro.

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Carla ama ancora suo marito, lo giustifica per il tradimento e l’abbandono perché lei era pesante, problematica e negativa. Dice che è sua la colpa del tradimento del marito che sente di aver già perdonato e di volergli bene. Tutte le bugie, i maltrattamenti, la mancanza di dialogo, la solitudine cui era sottoposta per il lavoro e le scappatelle del marito sono ormai vaghi ricordi, qualcosa che la fa anche un pò sorridere. Lei lo capisce. E’ questo uno dei tanti casi di “mal d’amore”, di “troppo amore”, di “dipendenza affettiva”. Carla non si è mai stimata, non si è mai piaciuta. Ha vissuto per gli altri con la speranza di essere apprezzata almeno per questo suo sacrificio e con la paura di essere abbandonata. In psicologia, quando lo schema relazionale è disfunzionale o malato, si chiama “profezia che si auto-avvera”. Poiché temo di non piacere e che le persone conoscendomi mi abbandoneranno andrà proprio così.
Come si può amare senza avere amore? Come si può donare qualcosa a qualcuno senza possederla? Come si può amare qualcuno con la paura, la sfiducia, l’ansia dell’abbandono?
Forse sta proprio qui il senso del famoso comandamento: “ama il prossimo tuo come te stesso”. Il caso di Carla può aiutarci a mettere ordine nella riflessione sull’amore. L’amore, quello adulto, bello, responsabile, per poter crescere nel tempo e concretizzarsi in un rapporto stabile, ha bisogno di buone dosi di entusiasmo, iniziativa, fiducia, passione, creatività, adattabilità. Queste sono dimensioni della coscienza che partono da dentro, le dobbiamo possedere per poterle comunicare e mettere in gioco. Chi ha stima di sé e si vuole bene sviluppa queste capacità e desidera condividerle con qualcuno. La persona che ha stima di sé non ha bisogno di qualcuno che si prenda cura di lei, non ha paura di perdere tutto se l’altro se ne va, perché ha investito e riposto su di sé la sua base sicura, si appoggia su ciò che ha costruito di personale ed è consapevole delle sue capacità sviluppate.
Per chi ha autostima valgono i detti: “morto un papa se ne fa un altro”, “la vita va avanti”, “si chiude una porta si apre un portone”.
Nella “dipendenza affettiva”, invece, la persona esiste in funzione dell’altro ed esiste perché c’è l’altro. Vive di luce riflessa ed è sempre appesa ad un filo, perché l’altro se ne può andare lasciandola sola e nell’oblio esistenziale per sempre. Per chi è dipendente affettivo valgono i detti: “tu per me sei tutto”, “tu sei la mia vita”, “tu sei il mio amore”, “ti amo con tutta me stessa”. Forse per questo il primo comandamento della bibbia recita:
“Io sono il Signore, tuo Dio, che ti fece uscire dalla terra d’Egitto, dalla casa degli schiavi. non avrai altro Dio all’infuori di me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.” (Esodo, 20). Ci tengo a precisare che il momento che Carla sta vivendo, seppur terribile e pericoloso, è un momento importante e decisivo.

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Lei ora può toccare il fondo e perdersi per sempre nella sua ostinazione a odiare se stessa, a non accettarsi così com’è e a dipendere dagli altri idealizzandoli e idolatrandoli oppure può coglie questa grande opportunità di capire e rivedere la sua vita mettendo finalmente se stessa al centro, imparando con dolcezza ad amarsi, a stimarsi, a coccolarsi e a iniziare a costruire la sua dimensione personale, il suo mondo per abitarlo. Può scegliere di chiudere questo triste capitolo del libro della sua vita e iniziare a scrivere il successivo! Ricordiamoci tutti che la vera saggezza è lasciare crescere ciò che nasce, gustare ciò che è maturo e lasciare andare ciò che è morto!

www.alessandrospampinato.it

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