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A distanza di poco tempo dall’annunciata riapertura del cantiere Privilege, fissata dall’azienda per il mese di febbraio, tornano a far sentire la propria voce gli ex operai, ricollocati temporaneamente in alcune partecipate di Molo Vespucci.
Già all’indomani dell’annuncio da parte dei vertici di Privilege Yard i lavoratori avevano parlato di “tempo della fiducia scaduto”, palesando diverse perplessità oggi riproposte in un comunicato firmato “Comitato di lotta lavoratori Privilege”.
Quest’ultimo chiede innanzitutto delucidazioni sul finanziamento da 130 milioni in due tranche annunciato dalla Privilege.
“Chi è la finanziaria che dovrebbe erogare quei soldi? – chiedono i lavoratori – E come verranno gestite tali risorse?
Verranno pagati i debiti accumulati o si pagheranno nuovi fornitori per l’acquisto di materiali?”
Interrogativi ai quali gli ex operai aggiungono quelli relativi alla ripresa vera e propria dei lavori, chiedendo in cosa consistano questi ultimi e quando, precisamente, le ditte potranno tornare in cantiere.
“Non solo – aggiungono i lavoratori – perché vogliamo sapere anche quanti degli operai metalmeccanici precedentemente impiegati verranno richiamati, se gli altri 8 ordini per costruzione hanno una tempistica di attuazione e chi sono i committenti”. Richieste precise, che il comitato di lavoratori Privilege motiva con quella che definisce una “testata inaffidabilità dell’azienda”, tanto da non dar credito agli annunci di risoluzione dei problemi economici.
“Non comprendiamo – aggiungono i lavoratori – com’è possibile che si possano concludere i lavori nel giro di 12 mesi, se ci sono voluti 5 anni solo per concludere la parte metallica”.
Stando ai lavoratori, infatti, attualmente la plancia di comando consiste nella sola struttura metallica, non ci sono cavi elettrici per le strumentazioni, alcune saldature ancora non hanno superato i controlli non distruttivi, i motori non sono ancora stati montati, l’allestimento è quasi totalmente assente, la stuccatura e la verniciatura richiedono come minimo un anno e mezzo ed infine la linea di galleggiamento sembra sia sott’acqua di 70 cm rispetto al dovuto.
“Per questo – aggiungono – chiediamo alle istituzioni, prima fra tutte quell’Autorità Portuale che fino ad ora ha dimostrato profonda comprensione della vicenda e grande senso di responsabilità, di pretendere garanzie reali a fronte della concessione di utilizzo dell’area.
Non abbiamo certo intenzione di passare come coloro che intendono scegliersi il posto di lavoro e rifiutano un’opportunità ma attualmente non vi sono presupposti concreti per un nostro ritorno all’interno di un cantiere la cui attuale gestione non fornisce garanzia alcuna né di produttività dell’area né tantomeno di lavoro continuativo.
Le imprese sono oltre il collasso, noi lavoratori sul lastrico e la grave situazione occupazionale locale non può certo accettare che 22 ettari di aree pregiate del nostro porto continuino ad essere improduttive. Si pretenda dunque chiarezza e trasparenza su quanto accade in quel cantiere – concludono i lavoratori – su chi sono gli investitori e sulla solidità del progetto”.

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