blade runner city

Cieli neri

25 Agosto 2015
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“Il viso dei feriti gravi,
il volto delle persone che stanno
per morire
sembrano tutti accomunati dalla
stessa paura.
E dalla stessa vergogna”
Roberto Saviano, Gomorra

Me la sono portata a casa quella poesia. Era lì, scritta su un foglio a quadretti poggiato sul comodino, proprio alla destra del letto. In ogni cielo nero. In ogni sguardo amaro.
Il proiettile nella carne svelerà il mistero. Ogni lingua sul ferro ha il sapore del sangue.
Ascolta l’asfalto sotto il cielo nero. Avevo scavalcato quello con i capelli lunghi che cinquantasei aveva centrato in fronte ed ero arrivato al letto, dove giacevano la ragazza e il ragazzo, colpiti mentre stavano facendo all’amore: lui era morto, lei ancora rantolava. Settantasette era di spalle, così, velocemente, presi quel foglietto. Non so perché, ma lo feci. Quarantacinque e trentaquattro piantonavano la porta e il corridoio. In terra, in mezzo a loro, il capo covo. In cucina altri due membri delle SAL giacevano sul pavimento. Tornai a casa. Quella sera mia moglie mi chiese se avevo avuto una bella giornata ed io annuii. Non le potevo certo dire che una volta individuato il covo delle Squadre Armate per la Libertà, la nostra sezione, la K, era stata mandata in forze. Addirittura sei agenti, contando anche ventotto che era rimasto in strada alla guida del furgone bianco che ci aveva trasportato. Una vera eccezione. Mai avevamo agito in gruppo. Di solito operavamo pulizie mirate, un uomo per un uomo, questo ci era stato insegnato. Ma quella volta era necessario eliminare tutti i presenti nel covo, per questo, contrariamente a quanto appreso al corso, eravamo arrivati in forze.
Dovrete agire bene e velocemente. E’ una cellula operativa combattente, tutti soldati, nessun intellettuale; niente sconti: devono morire tutti. No, non glielo potevo dire. Come non potevo dirle che, per questo, ci avevano fatto ripassare, per quasi un mese, l’operazione di Via Fracchia a Genova nel 1980. Quarantasei anni dopo, quella, rimaneva ancora una pulizia da manuale. Del resto non c’era operazione, nel nostro settore, che non avessimo studiato ai Mercati, il nome con il quale, nell’ambiente, si chiamava il centro addestramento di Roma. Ogni giorno, durante il periodo di istruzione, dal noto albergo della capitale dove alloggiavamo, partiva una navetta con i vetri oscurati. Una volta dentro ci bendavano. Dopo circa quaranta minuti di strada o anche di più, a seconda del traffico, ci facevano scendere e salire su un altro mezzo. Sapevo che eravamo in campagna per via dell’erba che sentivo sotto i piedi e per l’assenza di rumori umani. Dopo circa un’ora arrivavamo finalmente ai Mercati. Una struttura mai vista dall’esterno. Dall’interno potevamo essere in un capannone industriale o in un hangar di un campo d’aviazione in disuso. Ogni giorno stessa routine e così per 2 anni.No, non potevo dirle nulla. Non le avevo mai detto nulla. Però, quel giorno, mi sentii almeno in dovere di aggiungere “Si, è stata una bella giornata: faticosa ma ricca di soddisfazioni.”
Poi, ripiombando nel mio usuale silenzio, andai in bagno e rilessi la poesia, volevo gettarla nel water e tirare lo sciacquone, ma non lo feci. C’era qualcosa in quelle parole cupe e senza senso che mi affascinava. Parole nate dall’alcool o dalle nuove droghe sintetiche, probabilmente, ma con un che di visionario e magnetico che mi turbava. Decisi di tenerla. Passarono i giorni e poi questa missione.
“Ventitré questa è la sua missione”.
E quella missione feci, in un pomeriggio in cui immense nuvole color antracite stavano per scontrarsi. Il rombo potente dei tuoni preannunciava la pioggia. Avevo sempre amato la pioggia. Aveva il potere di calmare i miei nervi scossi da anni di allenamento, dalle missioni, da quella guerra sporca, dalla morte. Svoltai l’angolo e vidi l’uomo uscire di casa. Era lui. Rallentai un poco e mi nascosi dietro un cartellone che annunciava l’uscita, per l’imminente Natale, del prossimo, inutile, kolossal americano.

gangsterL’uomo, appena uscito dall’androne, guardò in alto strizzando gli occhi con un espressione preoccupata. Stese la mano in cerca di qualche goccia poi si alzò il bavero dell’impermeabile e cominciò a camminare stringendo l’ombrello chiuso nella mano destra.
Si mosse nella direzione opposta alla mia, per cui fu facile stargli dietro senza dare troppo nell’occhio. Visto dall’esterno il mio modo di camminare sarebbe apparso rilassato, in realtà ogni muscolo era in tensione, ogni senso allertato. Muovetevi come si muove il gatto. Siete in un ambiente ostile e agirete in modo ostile. Camminavo con velocità media. L’arma alla fondina oscillava lievemente toccandomi il costato con un moto periodico, piccoli colpetti a ricordare che c’era.
C’era, lo sapevo, perché l’avevo smontata e oliata tre ore prima. La Sig Sauer 5.0 edizione 2026. Caricata con cartucce M-1, in piombo semi camiciato e all’ interno il fosforo bianco. Le terribili M-1 altrimenti dette “Crash and burn”, impatta e brucia.
Cercai di immaginare l’effetto che avrebbero prodotto sull’impermeabile di Burberrys beige dell’uomo o sulla sua bella testa di capelli ancora neri. Quello stesso terribile effetto che avevo visto sugli altri. Una volta colpiti e uccisi mi ero allontanato lentamente verso una zona sicura e, dopo essermi velocemente cambiato, ritornavo a confondermi tra il capannello delle persone accorse a curiosare, a capire chi fosse l’ennesimo morto sulla strada. Il nuovo caduto della guerra che insanguinava l’Italia oramai da più di sette anni.
Tornate sempre a controllare, se potete. Nessun omicidio è mai perfetto e se avete lasciato sbavature potrete verificare e rimediare o fornire false informazioni. Ripetete falsi dettagli sull’assassino, questo farà credere ai presenti di averli veramente notati. Occorre controllare e confondere.
I tuoni si facevano via, via più forti e vicini. Il cielo era diventato un’unica lastra grigia.
Stavamo camminando ormai da dieci minuti quando iniziò a piovere. L’uomo non aprì l’ombrello ma cominciò a trotterellare. La pioggia aumentò il ritmo. L’uomo iniziò a correre. Anche io lo feci. Correvo ricordandomi i quotidiani trenta minuti di jogging ai Mercati e le due ore al sabato.
Il soldato che corre vive, il soldato che cammina è morto. Correvamo in strada in mezzo ai pochi pedoni che si dileguavano, entrando nei negozi o nei palazzi del centro. Ormai eravamo vicini, si poteva fare. La pioggia per un attimo rallentò il ritmo.
Sentivo il rumore dei suoi passi tra le pozzanghere, sentivo lo sciabordare delle mie scarpe di gomma nell’acqua che scorreva sul marciapiede. Estrassi l’arma, puntai: un bruciore alla base del collo e una spinta potente mi tolsero il respiro. Crollai torcendo il busto e percependo, per un attimo, la figura che stava dietro di me. La guancia destra batté violentemente contro l’asfalto bagnato.
Non riuscivo a muovermi. Il dolore lancinante al centro della schiena mi paralizzava. Sentivo freddo. “Fatto”. “Sembra andato”. “Si”. “Lo finisco?” “No, lascia; tanto tra poco sarà tutto finito”. Ma non finì tutto così velocemente. Ebbi ancora il tempo di alzare gli occhi sulle finestre delle case di fronte. Le vedevo così grigie, così distanti. Poi tutto divenne più sfocato. Abbassando lo sguardo percepii il contorno indefinito di altre persone. “Il capannello” pensai. I killer dovevano essere di nuovo lì a controllare e confondere, a vedermi morire. Sentivo sulla guancia il fiotto caldo del sangue mischiarsi al freddo dell’acqua sull’asfalto. Sputavo sangue e acqua mentre la lingua trasmetteva al cervello un misto di sapori salmastri, dolciastri e ferrosi.
L’orecchio poggiato a terra ronzava forte. In sottofondo un rumore indistinto di colpi vicini e tremori sotterranei più profondi.
Alzai di nuovo gli occhi verso le nubi. L’acqua non cadeva più ma il cielo non si era rischiarato. Pareva, anzi, che il grigio scuro avesse assunto tonalità ancora più cupe.



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