Chi ha ucciso Giorgiana Masi?

22 Agosto 2015

Roma. 12 maggio 1977. In Italia il clima politico è teso, costellato di episodi violenti e tragici, come la recente morte dell’agente di polizia di stato Settimio Passamonti, di 23 anni, avvenuta durante uno scontro di piazza, con conflitto a fuoco tra forze dell’ordine e un gruppo di autonomi, avvenuto a Roma nel quartiere studentesco di San Lorenzo. Circa un mese prima, a Bologna, a morire è stato Francesco Lorusso, di 25 anni, militante nella formazione della sinistra extraparlamentare “Lotta Continua”. In una situazione come questa, su disposizione dell’allora Ministro degli Interni Francesco Cossiga, nel Lazio, dal 23 aprile al 31 maggio, vige l’assoluto divieto di manifestare pubblicamente ad esclusione delle manifestazioni indette dai partiti dell’arco costituzionale. Il Partito Radicale, che non è compreso tra questi, malgrado quanto disposto dal Ministro, organizza un sit-in in piazza Navona per ricordare il terzo anniversario della vittoria nel referendum popolare sul divorzio. Assieme ai simpatizzanti del Partito Radicale, si radunano anche appartenenti a varie formazioni della sinistra extraparlamentare e del cosiddetto “movimento”. Nasce così una protesta contro le restrizioni all’espressione libera delle proprie idee politiche e del proprio dissenso. Attorno ai manifestanti sono schierati migliaia di poliziotti e di carabinieri in tenuta antisommossa, ma tra le forze dell’ordine ci sono anche numerosi agenti in borghese, che sono sparsi tra i manifestanti travestiti da “autonomi”. La situazione comincia a degenerare. Si formano le prime rudimentali barricate. La polizia cerca di disperdere i giovani lanciando candelotti lacrimogeni e, purtroppo, esplodendo colpi d’arma da fuoco. Rapidamente gli scontri degenerano. Alcuni giovani lanciano delle rudimentali bombe incendiarie. La polizia carica più volte i manifestanti. Molti giovani e molti passanti vengono travolti. I candelotti lacrimogeni vengono sparati ad altezza d’uomo. Le strade di Roma diventano il teatro di aggressioni indiscriminate. Il deputato radicale Mimmo Pinto viene aggredito e picchiato, così come alcuni giornalisti e fotoreporter, tra i quali il famoso Rino Barillari de “Il Tempo”, che viene manganellato da un agente. I parlamentari del Partito Radicale, nell’aula della Camera, protestano vivacemente e denuncianoe violenze messe in essere dalla polizia, senza ottenere riscontro dalle altre forze politiche, molte delle quali si mostrano, addirittura, ostili alla protesta. Intanto nelle strade, attorno alle 19,00, gli scontri sembrano diminuire. Ma attorno alle venti, durante una carica preceduta da un lancio di lacrimogeni, due ragazze vengono colpite da proiettili esplosi da Ponte Garibaldi in direzione dei dimostranti. In quel momento sul ponte sono schierati sia agenti della polizia di stato che militari dell’Arma dei Carabinieri. Le due ragazze sono Giorgiana Masi ed Elena Ascione. Quest’ultima, mentre si trova in piazza Sonnino, viene ferita a una gamba, mente la Masi, che si trova in compagnia del fidanzato in piazza Gioacchino Belli, viene attinta da un proiettile calibro 22 alla schiena e, pur soccorsa rapidamente, muore durante il trasporto verso l’ospedale. Durante gli scontri della giornata, viene ferito con un colpo d’arma da fuoco, che lo raggiunge a una mano, anche il carabiniere Francesco Ruggeri. Giorgiana Masi ha 19 anni, è una studentessa al quinto anno di corso del liceo scientifico “Louis Pasteur” di Roma, è figlia di un parrucchiere e di una casalinga, è una brava ragazza, come scriveranno molti giornalisti, una brava ragazza che ha perso la vita perché qualcuno ha esploso dei colpi d’arma da fuoco da ponte Garibaldi contro chi manifestava il suo dissenso in un paese che vuole dirsi ancora democratico. Il 13 maggio, il Ministro degli Interni Francesco Cossiga si reca in Parlamento e addossa tutte le responsabilità ai manifestanti. Il 14 maggio il Governo dichiara alla stampa che durante gli incidenti non c’erano agenti in borghese; il giorno seguente precisa che gli agenti in borghese c’erano, ma che non portavano armi; il giorno ancora successivo aggiunge che gli agenti c’erano, erano armati ma non avevano esploso colpi d’arma da fuoco. Tutto questo in palese contrasto con le testimonianze di chi era sul posto e, addirittura, con le fotografie e con alcuni filmati amatoriali, che documentano la presenza di agenti in borghese armati di pistole. Emblematico è lo scatto fotografico che coglie l’agente di polizia di stato Giovanni Santone, in borghese, in jeans e maglione, con una borsa a tracolla di pelle, ma soprattutto con una pistola nella mano destra.  Nel 1981 viene chiusa l’inchiesta sull’omicidio, senza aver trovato un colpevole, con una sentenza d’archiviazione lapidaria, su richiesta conforme del Pubblico Ministro, a firma del Giudice Istruttore dottor Claudio D’Angelo, che motiva il suo giudizio “per essere rimasti ignoti i responsabili del reato”. Un’intervista rilasciata da Francesco Cossiga al giornalista Aldo Cazzullo, pubblicata il 25 gennaio 2007 sul Corriere della Sera, alimenta l’ipotesi di un dietro le quinte inquietante. Il giornalista, riferendosi all’omicidio di Giorgiana Masi chiede a Cossiga “Chi fu a sparare?”. L’ex Presidente della Repubblica risponde :”La verità la sapevamo in quattro: il Procuratore di Roma, il capo della mobile, un maggiore dei carabinieri e io. Ora siamo in cinque: l’ho detta a un deputato di Rifondazione che continuava a rompermi le scatole. Non la dirò in pubblico per non aggiungere dolore a dolore”. Il giornalista incalza il politico e chiede se a uccidere fu fuoco amico. “Questo lo dice lei. Il capo della mobile mi confidò di aver messo in frigo una bottiglia di champagne, da bere quando sarebbe emersa la verità, pensando a tutto quanto ci hanno detto”, l’ulteriore precisazione di Cossiga. E ancora, in un’altra intervista rilasciata ad Andrea Cangini e pubblicata sul Giorno del 24 ottobre 2008, sempre Francesco Cossiga fa delle esternazioni ulteriormente inquietanti, consigliando al Ministro degli Interni in carica Roberto Maroni che per affrontare le manifestazioni studentesche bisognerebbe operare “come fece lui” proprio quando ricopriva la stessa carica: “Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città… dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri… nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano.” A seguito di quest’ultima intervista, il 24 ottobre 2008, la senatrice Donatella Poretti, radicale eletta nelle file del partito democratico, ha dato l’avvio a un disegno di legge che prevede l’istituzione di una commissione d’inchiesta sull’omicidio di Giorgiana Masi.

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