IV novembre 2013 istituzioni

Cerveteri. Le celebrazioni per Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate

4 Novembre 2013

 

“È sempre difficile trovare le parole giuste per un’occasione come questa. Quando parliamo di Unità d’Italia, di Vittoria e di festa delle Forze Armate il rischio è quello di cadere nei luoghi comuni. Forse l’occasione è ancora più complessa per uno con la mia storia, uno che ha sempre condannato ogni forma di intervento bellico, pur avendo un rispetto enorme per il lavoro, l’impegno e la dedizione che i nostri militari dimostrano quotidianamente. Ho sempre sentito un profondo vuoto interiore, una sensazione di assoluta impotenza, di fronte alle notizie dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze feriti drammaticamente o uccisi nei conflitti ancora in corso in tutto il mondo. Probabilmente è più naturale sentirsi vicini a un caduto della nostra patria, anche se non lo conoscevamo e anche se fino a quel momento non sapevamo chi fosse. Le foto che rimbalzano sui media ce lo rendono subito familiare e l’immagine delle silenziose bare avvolte nel tricolore si imprimono in modo irreversibile nelle nostre menti. Quanti morti ci sono stati in tutti questi anni di disumanità? Quanti ne dovremo sopportare ancora? Troppi, certamente.

Oggi, 4 novembre 2013, ci ritroviamo di nuovo qui, a distanza di un anno esatto dalle parole pronunciate sempre in questo luogo, in occasione della stessa ricorrenza. Lo scorso anno proprio sotto il Monumento costruito in memoria ai caduti di Cerveteri, avevo sentito l’esigenza di prendere degli impegni per conto della nostra Città. Avevo annunciato che la bandiera della pace avrebbe presto garrito tutti i giorni dalle mura del nostro municipio. Avevo annunciato la distribuzione della Costituzione e del Tricolore in ogni aula delle nostre scuole. Avevo annunciato alcune mozioni rivolte alla costruzione della pace nel mondo. Abbiamo concretizzato tutti gli impegni presi quel giorno. E, devo dirlo, subendo anche delle critiche da parte di chi ci accusa di perdere tempo con questioni che sono fuori dalla nostra portata. Come se la trasmissione dei valori della Resistenza, dell’Unità d’Italia e della Democrazia non dovessero interessare la nostra Istituzione. Come se la pace e la guerra non riguardassero tutti noi da vicino. Come se questi giovani di Cerveteri caduti nelle due guerre mondiali non fossero un monito per le nuove generazioni. Monumenti come questi, si erigono per ricordare l’eroismo di chi ha dato la propria vita per la nostra libertà. Ma non solo: ci ricordano quanto violenta e inumana sia stata la guerra e le voci dei ragazzi che hanno versato il proprio sangue ci gridano con tutta la forza di impegnarci perché non accada mai più. Perché non accada mai più.
La pace si costruisce giorno per giorno, in ogni casa, in ogni aula, in ogni piazza. E ci riguarda tutti. Nessuno può sentirsi escluso. E ci piace pensare che anche le iniziative da noi intraprese quest’anno, per quanto semplici, possano rappresentare un sassolino posato nella realizzazione della strada della pace. Per questo abbiamo offerto la nostra solidarietà ai popoli oppressi, incontrato e avviato percorsi di collaborazione con nazioni ancora non riconosciute. Per questo abbiamo voluto con tutte le nostre forze ospitare nella nostra città 8 ragazzi rifugiati, scappati proprio da quelle guerre che ci sembrano tanto lontane. Quando guardiamo quei ragazzi negli occhi, quando ascoltiamo le loro voci, ci sembra di sentire una storia lontanissima, nel tempo e nello spazio. Eppure ci parlano del mondo di oggi e di terre che sono adiacenti alla nostra.
Oggi, infatti, siamo di nuovo qui. E il mondo presenta gli stessi conflitti dello scorso anno e i numeri dei morti ammazzati su tutti i fronti è sempre lo stesso. Forse è addirittura aumentato. È un numero che pesa sulle nostre teste come un macigno. Un macigno su cui, di volta in volta, si posa la bandiera di qualche nazione. Quando muore un giovane militare, quando una madre, una sorella, una fidanzata, una moglie, un figlio non vedranno più tornare a casa la persona amata, abbiamo perso tutti. Di nuovo. Non contano i colori che campeggiano sulla sua bara, nessun tricolore la potrà far pesare di più o di meno. Ogni volta che un giovane viene ucciso in guerra abbiamo perso tutti. Di nuovo. Non ci può essere Vittoria, dove scorre il sangue. Non ci può essere Vittoria, dove non esiste pace.
Un anno da Sindaco ti fa vedere le cose da una prospettiva diversa. Ho sentito dire qualche giorno fa da un giornalista che l’Italia ha la fortuna di non essere più in guerra da anni. Forse, troppo spesso dimentichiamo i tanti ragazzi e ragazze feriti o morti nelle numerose operazioni ancora in corso. In quelle azioni in giro per il mondo in cui affianchiamo i nostri alleati in fantomatici percorsi di esportazione della democrazia. Ma un anno da sindaco ti fa scoprire quanto la parola guerra possa essere declinata quotidianamente in migliaia di modi. Quanto una fetta d’Italia sia in guerra tutti i giorni per sopravvivere e andare avanti, per non perdere il pane e la dignità. Anche qui ritorna quel senso di impotenza. Quando vedo la disperazione di chi vorrebbe lavorare ma non riesce a trovare spazio, quando sento nella voce tremante la consapevolezza di non sapere come arrivare a fine mese, cosa dare da mangiare o come riuscire a vestire i propri figli. Discorsi di persone che fino a qualche anno fa conducevano una vita normale e che oggi, invece, sono alla ricerca di un pasto in una mensa. Non ci può essere Unità in una nazione in cui c’è chi vive nel lusso e chi invece va alla Caritas. Non ci può essere Unità d’Italia, di fronte a questi squilibri.
Ma in Italia c’è ancora un altro tipo di guerra. Quella che quotidianamente vivono, lungo le nostre coste, i tanti che sognano la vita e la pace nella nostra nazione. Nelle ultime settimane abbiamo assistito a veri e propri bollettini di guerra. I nostri confini sono funestati da lutti, come avveniva durante la Prima Guerra mondiale. Alle trincee di allora si sono sostituiti i barconi di oggi. Navi cariche di persone che scappano da qualche confitto ancora in atto e che viaggiano verso le nostre coste sperando in un mondo migliore. Un mondo che spesso non riescono a raggiungere. Come ho detto prima, da questa estate ospitiamo 8 ragazzi rifugiati e abbiamo aderito al progetto SPRAR che prevede l’arrivo nei prossimi mesi di altre persone nelle stesse condizioni. Portano storia di morte e disperazione. Ma anche di speranza.
Qualche settimana fa ero a Firenze e ascoltavo la testimonianza di un cittadino di Lampedusa. Un italiano come noi. Ci raccontava di quanto il volontariato fosse importante per arrivare in quelle terre di confine, per arrivare là dove le istituzioni falliscono o non sanno trovare soluzioni o sono troppo lente a farlo. Questo signore, che dava la sua opera gratuitamente per assistere i rifugiati, ci spiegava con parole semplici ma molto significative di come l’Italia avesse continuato per mesi a cercare una parola in grado di definire questi ragazzi. Li hanno chiamati immigrati, clandestini, rifugiati e in tanti altri modi. Noi, diceva questo volontario, abbiamo preferito chiamarli “fratelli”. I muri della nostra città, troppe volte, trasudano odio e ci costringono a leggere feroci commenti xenofobi ogni volta che facciamo, come Amministrazione comunale, un passo verso la solidarietà e verso l’integrazione. Per fortuna vengono sempre da una solita, piccola, minoranza. Però, a seguito di queste azioni, trovo ancora più sorprendente vedere che i cittadini di Lampedusa sanno essere solidali e forti nel saper accogliere. Gli italiani di Lampedusa, a cui tutto sommato, a loro sì, avremmo magari perdonato un umano sentimento di insofferenza. Invece, la loro forza e la loro volontà di continuare ad accogliere e ad aiutare, ci conferma che non ci può essere pace laddove non c’è la solidarietà umana. Non ci può essere pace dove non c’è amore.
Viviamo una situazione difficile in questi mesi. Uno scenario duro che ci spinge a ripensare i significati di pace, unità, vittoria. Sentiamo il monito di tutti questi caduti e sentiamo che a loro dobbiamo un mondo migliore. Un mondo all’altezza del sacrificio che hanno fatto. Perché un mondo migliore è davvero possibile e la strada della pace può essere percorsa. Qualche mese fa il mondo si è trovato di nuovo in procinto di iniziare una guerra…
In Siria stava per cominciare un altro conflitto mascherato. La solita guerra economica nascosta dietro la difesa della democrazia, l’esportazione della pace, la lotta per i diritti di qualche popolo oppresso. L’opinione pubblica in questo frangente si era fortemente divisa, e anche i parlamenti dei diversi Stati alleati sembravano per la prima volta interdetti di fronte alla possibilità di avviare un nuovo intervento armato. A questo punto sono bastate le parole di un uomo. Un uomo che ha pronunciato parole semplici ma forti come macigni: “Sempre rimane il dubbio se questa guerra di qua o di là è davvero una guerra: o è una guerra commerciale per vendere queste armi, o è per incrementarne il commercio illegale?” E’ stato queste parole così chiare che Papa Francesco ha incarnato, finalmente, il pensiero di ognuno di noi. “No al commercio e alla proliferazione delle armi. Preghiamo perché cessi subito la violenza e la devastazione in Siria si lavori con rinnovato impegno per una giusta soluzione del conflitto fratricida”.
È con queste parole cariche di speranza che vogliamo oggi salutare e omaggiare tutte le Forze Armate. Perché dove c’è pace, dove c’è amore, ci può essere Unità e ci può essere Vittoria.
 
Viva Cerveteri. Viva l’Italia”.
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DIBIAGIO


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