Assassini seriali. Edmund Emil Kemper III (8^ parte)

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Intanto, è proprio in quel periodo, che John Douglas e Robert Ressler, due agenti profiler dell’F.B.I., stanno compiendo alcuni studi innovativi sui criminali, coniando per la prima volta la definizione di “serial killer”. Una sorta di uccisore che uccide serialmente con un particolare modus operandi, all’epoca almeno tre omicidi, con pause di raffreddamento, tra un’uccisione e l’altra, più o meno lunghe nel tempo e con alcune altre particolari caratteristiche tra le quali, l’appartenenza del criminale, al genere organizzato/disorganizzato, mosso da diverse motivazioni.

Ed Kemper, è il primo nella lista degli incontri dei due agenti studiosi, il quale si presta subito molto volentieri a sottoporsi agli interrogatori dei due, collaborando alle loro analisi e studi.

Alle domande incalzanti degli agenti, seguono risposte da parte dell’assassino, talmente naturali, che  spontanee, quanto mai sconcertanti. “Cosa pensi quando vedi una bella ragazza che cammina per la strada?”

“Una parte di me vorrebbe parlarle, chiederle un appuntamento. Un’altra parte di me invece pensa “Chissà come starebbe la sua testa in cima a un palo!” ….“Decapitarle era l’unico modo che avevo per amarle. Solamente dopo averle de-personalizzate riuscivo a concepirle come un piacere.”

“Per quanto riguarda il cibarmi dei corpi e per quanto può sembrare freddo dirlo così, era l’unico modo che avevo per rendere quelle ragazze mie per sempre. Penso che sia stato così anche per mia madre, in un certo senso. Ovviamente era un’attività che mi dava piacere anche il sezionare, la decapitazione in particolare era piacevole, il suono POP che ha la testa quando si stacca dal corpo, quello mi faceva impazzire”.

Solo con Ressler, in occasione  di uno dei tanti colloquio in cella, il quale impaurito per l’affermazione che segue, la butta sullo scherzo, Edmund disse: “Non c’è nessuno, se volessi potrei stritolarti con una mano sola.” Concludendo la sua esternazione: “Lo sai che avrei potuto farti del male, a volte ho dei momenti in cui non riesco a controllarmi. Avete fatto bene a rinchiudermi, non lasciatemi uscire mai più.”

Mentre al processo ebbe a dire, riferendosi alle ragazze uccise: “Vive, erano lontane, distaccate. Io cercavo di stabilire un rapporto con loro. Quando le uccidevo, pensavo soltanto che sarebbero diventate mie.”

Edmund Kemper, ammise anche di aver compiuto atti di cannibalismo su almeno una delle  sue vittime, dichiarando: “Effettivamente ho divorato in parte la mia terza vittima. Ho tagliato dei pezzetti di carne che avevo messo nel congelatore. Una volta scongelata, ho cotto la carne in un pentolino con delle cipolle, Poi ho aggiunto della pasta e del formaggio”.

Durante il dibattimento Kemper, si  dichiarò infermo di mente, mentre l’accusa propose la pena di morte, che però all’epoca, era stata sospesa. Da parte sua Edmund, non ha mai mostrato segni di rimorso, né tanto meno, altrettanto mai chiesto scusa ai genitori e parenti delle ragazze da lui barbaramente trucidate, di contro rimanendo invece soddisfatto del suo acume criminale e di aver tenuto sotto scacco la polizia, che lo ha arrestato solamente dopo che fosse stato lui stesso ad autodenunciarsi, riuscendo sempre ad occultare abilmente le scene del crimine e le tracce dei sui delitti.

Dal 1973, anno della sua condanna, Ed Kemper si è laureato ed insegna informatica nel carcere di Vacaville in California, partecipando attivamente ad un programma di trascrizione di opere letterarie in alfabeto per non vedenti, ricevendo per questo suo comportamento, numerosi attestati da parte dell’amministrazione carceraria americana.

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